Fact-check: «La caccia in Svizzera protegge e serve»
L'opuscolo di Anton Merkle, presidente di CacciaSvizzera, si legge come un opuscolo pubblicitario per la caccia ricreativa: cifre lisce, triangoli verdi, un presidente sorridente e frasi come «La caccia è un'attività responsabile per la natura.» Ciò che suona come PR patinato merita uno sguardo attento, perché tra le righe si nasconde una narrazione che contraddice, in punti essenziali, le conoscenze scientifiche, i fatti ecologici e gli standard etici.
Affermazione 1: «La regolazione delle popolazioni selvatiche è un compito statale, i cacciatori ricreativi forniscono un supporto professionale»
CacciaSvizzera lascia intendere che i 30'000 cacciatori ricreativi siano una sorta di braccio prolungato dello Stato. In realtà, dal punto di vista giuridico, la caccia ricreativa non è un compito di protezione della natura, bensì un utilizzo e una regolazione nell'ambito della gestione della fauna selvatica. Secondo il diritto federale, nessun cantone svizzero è obbligato a prevedere la caccia ricreativa. Ogni cantone può decidere liberamente se ammettere o meno la caccia ricreativa, come dimostra da l'esempio di Ginevra dal 1974.
A Ginevra, una decina di guardiacaccia statali, che si dividono tre posti a tempo pieno, si occupano dell'intera gestione della fauna selvatica, senza cacciatori ricreativi, senza licenze, senza competizioni di abbattimento. Secondo il pluriennale ispettore della fauna ginevrino Gottlieb Dandliker (2001-2025), i danni alla selvaggina per l'agricoltura sono stati «praticamente insignificanti». I costi annuali per l'intera gestione della fauna selvatica ammontano a circa un milione di franchi. Ciò corrisponde a una tazza di caffè per abitante. Dal divieto di caccia, il numero di uccelli acquatici svernanti è più che decuplicato. Allo stesso tempo, le cifre dei danni a Ginevra sono paragonabili a quelle del cantone di Sciaffusa, dove invece si caccia regolarmente e in modo crudele.
Affermazione 2: «I cacciatori ricreativi si impegnano per la biodiversità e gli habitat»
L'opuscolo afferma che i cacciatori ricreativi si impegnano «principalmente» per la biodiversità e gli habitat. La realtà in Svizzera dipinge un quadro diverso. Nel rapporto OCSE sulla valutazione ambientale 2017 si legge: «Nel confronto a livello OCSE, la Svizzera presenta una delle percentuali più elevate di specie minacciate, anche tra i mammiferi.» L'OCSE ha inoltre constatato che la Svizzera «fa forte affidamento sulla definizione di bandite di caccia», che «originariamente dovevano limitare la caccia eccessiva», e che la «qualità delle aree protette è carente».
Il WWF conferma 2025: in uno studio comparativo internazionale sulla lotta alla crisi della biodiversità, la Svizzera si colloca all'ultimo posto. Questo non corrisponde affatto a una lobby che afferma che i suoi 30'000 membri sono il motore della protezione della natura. La metà delle specie animali un tempo cacciabili si trova in uno stato di conservazione non soddisfacente o è estinta. Specie protette come la lepre comune, il fagiano di monte o la beccaccia figurano ancora nella lista delle specie cacciabili.
Combattere la protezione della natura invece di promuoverla
Particolarmente rivelatore è il comportamento del comitato direttivo di CacciaSvizzera in questioni concrete di protezione della natura. Fabio Regazzi, vicepresidente di CacciaSvizzera e consigliere agli Stati del Centro, nel 2016 ha combattuto attivamente il Parco Nazionale Adula, il più grande progetto di protezione della natura in Svizzera da decenni. Il parco previsto attorno al Rheinwaldhorn, tra i Grigioni e il Ticino, avrebbe potuto dare un enorme impulso alla biodiversità: 250-300 milioni di franchi di investimenti in dieci anni, circa 200 posti di lavoro e una prospettiva sostenibile per i comuni di montagna in spopolamento. Invece, l'associazione ticinese dei cacciatori FCTI (di cui Regazzi è stato a lungo presidente) ha fatto campagna contraria con propaganda allarmistica. Gli aventi diritto di voto nei comuni interessati hanno respinto il parco. Nel 2018 i cacciatori ricreativi hanno impedito anche la creazione di un secondo parco nazionale. Non si tratta di proteggere la natura: si tratta di tutelare la riserva di caccia.
Lo stesso Regazzi si è impegnato in Consiglio nazionale per zone prive di lupi, ha combattuto l'iniziativa sulla biodiversità e ha cercato di rendere nuovamente accettabili gli ami con ardiglione nella pesca, una violazione della legge sulla protezione degli animali. Il consigliere di Stato ticinese Claudio Zali ha descritto l'atteggiamento della lobby della caccia come l'incarnazione di «arroganza, mancanza di coscienza giuridica ed egoismo».
Reprimere le critiche invece di dialogare
Chi mette pubblicamente in discussione la narrazione di CacciaSvizzera deve aspettarsi conseguenze legali. David Clavadetscher ha sporto denuncia a nome di CacciaSvizzera contro la piattaforma wildbeimwild.com, a causa di una copertura giornalistica e di analisi basate sui fatti sulla caccia ricreativa. L'obiettivo era far "scomparire dalla circolazione" le voci critiche. Il tribunale penale del canton Ticino a Bellinzona ha opposto un netto rifiuto: il giudice Siro Quadri ha stabilito che le affermazioni critiche pubblicate su wildbeimwild.com non sono menzogne e non hanno carattere diffamatorio. La sentenza è passata in giudicato. Anche un procedimento civile a Locarno è stato archiviato. CacciaSvizzera non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi.
Il tribunale ha così confermato ciò che gli osservatori criticano da tempo: CacciaSvizzera coltiva l'intimidazione invece del dialogo. Alcuni membri hanno minacciato una "guerra civile" qualora, ad esempio, la caccia alla volpe venisse interrotta. L'associazione utilizza immagini violente, allarmismo e leggende da cacciatori per influenzare i processi democratici e limitare la libertà di stampa e di opinione.
Favorire gli habitat è protezione della natura. Ma la caccia ricreativa non è automaticamente protezione della natura, solo perché si svolge nel bosco. Chi afferma di fare protezione della natura deve misurarsi con i criteri della protezione della natura: migliorare gli habitat, ridurre i disturbi, favorire la biodiversità, creare trasparenza e dimostrare l'efficacia. Proprio qui il mito comincia a sgretolarsi.
Affermazione 3: «Giornate di cura faunistica: 44’000, prestazioni volontarie e gratuite»
CacciaSvizzera conteggia: 44’000 «giornate lavorative nella riserva» che, con una paga oraria di 30 franchi, equivarrebbero a un controvalore di 10,5 milioni di franchi. Ciò che viene taciuto: queste cosiddette giornate di cura faunistica servono in primo luogo alla manutenzione della riserva in vista della prossima stagione di caccia: la creazione di punti di foraggiamento, la costruzione di altane, la manutenzione dell'infrastruttura venatoria. Il «lavoro volontario» è quindi, in misura considerevole, un autoservizio: i cacciatori ricreativi curano la riserva in cui in seguito uccidono gli animali.
Il vero lavoro di protezione della natura (ad esempio la cura dei biotopi, le rinaturazioni, i progetti di protezione delle specie) in Svizzera viene svolto principalmente da organizzazioni per la protezione della natura, dai cantoni e dalla società civile. Il confronto con un ipotetico salario orario occulta il fatto che guardiacaccia professionisti potrebbero svolgere questi compiti in modo più efficiente, più rispettoso del benessere animale e senza un interesse personale nella caccia, come dimostra Ginevra da oltre 50 anni.
Affermazione 4: «La caccia è un intervento mirato su una popolazione nota»
L'opuscolo afferma che la caccia ricreativa sia preceduta da «un conteggio e una pianificazione della popolazione selvatica». La pratica è ben diversa. Persino l'Ufficio federale dell'ambiente (UFAM) fa sapere tramite Wildtier Schweiz che la statistica venatoria permette solo in misura limitata di trarre conclusioni sullo stato delle popolazioni.
L'evidenza scientifica dimostra inoltre che una caccia intensiva produce l'effetto opposto al controllo della popolazione. Servanty et al. (2009) hanno pubblicato sul «Journal of Animal Ecology»: in presenza di un'elevata pressione venatoria, la fertilità dei cinghiali è notevolmente più alta rispetto alle zone poco cacciate. La maturità sessuale sopraggiunge prima, e già le scrofe cinghialette rimangono gravide. La caccia ricreativa genera così esattamente l'esplosione demografica che afferma di voler prevenire.
Uno studio dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) del 2014 conferma: le popolazioni di cinghiali non possono essere ridotte unicamente attraverso misure venatorie. La riproduzione dei cinghiali è compensatoria: le perdite dovute alla caccia ricreativa vengono compensate da una maggiore prole.
Darimont et al. (2009, PNAS) hanno dimostrato in una meta-analisi: i cacciatori ricreativi umani modificano le popolazioni di animali selvatici più rapidamente di qualsiasi altro fattore evolutivo mai osservato negli animali selvatici. I tassi di cambiamento fenotipico nelle popolazioni cacciate erano fino al 300 per cento più elevati rispetto alla selezione naturale.
Affermazione 5: «Selvaggina del valore di 20 milioni di franchi: più biologica della carne bio»
L'opuscolo elogia la carne di selvaggina come pregiata e sostenibile. Nel sondaggio si suggerisce addirittura che la carne di selvaggina sia «più biologica della carne bio». Ciò che viene taciuto: l'Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria (USAV) chiarisce che cinghiale, capriolo e cervo possono rientrare «tra gli alimenti più contaminati da piombo». La causa è la munizione da caccia contenente piombo, che si deforma all'impatto e si distribuisce in minuscoli frammenti nella carne.
L'USAV raccomanda: i bambini fino al settimo anno di età, le donne incinte, le donne che allattano e le donne che desiderano avere figli dovrebbero «evitare per quanto possibile di mangiare selvaggina» abbattuta con munizione al piombo. L'Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi (BfR) avverte: nelle famiglie di cacciatori, dove si consumano fino a 90 porzioni di carne di selvaggina all'anno, «è da attendersi un rischio per la salute, in particolare per i nascituri e i bambini sotto i sette anni».
Ricerca attuale mostra inoltre: il tenore medio di piombo nella selvaggina di piccola taglia abbattuta con munizione al piombo è di circa 5,2 ppm. Si tratta di un valore circa 14 volte superiore a quello ipotizzato nelle valutazioni del rischio dell'UE. A ciò si aggiungono i rischi legati a zoonosi come la trichinosi e l'epatite E. L'autorità sanitaria francese ANSES raccomanda di limitare il consumo di carne di selvaggina a un massimo di tre volte all'anno.
Carogna invece di prelibatezza
Ciò che CacciaSvizzera vende come «risorsa naturale» è, nella pratica, spesso un rischio igienico. Già pochi minuti dopo il colpo iniziano la coagulazione del sangue e la proliferazione di germi nella carcassa dell'animale. Entro un'ora possono formarsi un milione di batteri per grammo di carne contaminata. Nel macello il bestiame da reddito viene lavorato secondo rigide norme igieniche, mentre nella caccia ricreativa questi controlli mancano in gran parte.
La realtà sul campo: ore di indugio nel recupero, refrigerazione insufficiente, eviscerazione non igienica all'aperto, nessuna ispezione ufficiale della carne. A ciò si aggiungono residui che nessun macellaio accetterebbe: pesticidi, contaminazione da liquame, metalli pesanti, PFAS, tutto non controllato. Gli animali selvatici che si nutrono in un paesaggio rurale intensivamente sfruttato non sono automaticamente «bio». Assorbono ciò che si trova in questo paesaggio, e spesso è tutto fuorché naturale.
Il rischio non si ferma al piombo. La carne di selvaggina cruda o poco cotta può trasmettere trichinellosi, salmonellosi, E. coli e il virus dell'epatite E. Particolarmente a rischio sono le persone immunodepresse e le donne incinte, nelle quali un'infezione da epatite E può portare a epatite, decorso cronico o insufficienza d'organo.
«Più biologica del biologico» la carne di selvaggina, con contaminazione da piombo, rischio di zoonosi, assenza di controlli alimentari sistematici e carattere di carogna, di certo non lo è.
Affermazione 6: «La caccia impedisce la diffusione di epizoozie»
Il sondaggio contenuto nell'opuscolo lascia intendere che i cacciatori ricreativi proteggano la popolazione dalle epizoozie. La scienza dice il contrario. Più di 18 studi dimostrano che, ad esempio, la caccia alla volpe non regola le popolazioni e non protegge nemmeno dalle epizoozie. Al contrario: la decimazione può distruggere le strutture sociali all'interno delle popolazioni e addirittura amplificare le dinamiche delle malattie.
Il Friedrich-Löffler-Institut chiede che, in caso di un'epidemia di peste suina africana tra i cinghiali, si rinunci alle battute di caccia. La distruzione di gruppi familiari stabili non comporta solo un aumento del tasso di natalità, ma anche maggiori spostamenti di singoli animali, favorendo così potenzialmente una diffusione più rapida delle malattie.
Chi spara alle volpi spara alla propria sanità pubblica
Le volpi non sono animali nocivi, bensì agenti sanitari della natura. Una singola volpe mangia circa 4'000 topi all'anno. I topi sono ospiti serbatoio per agenti patogeni trasmessi dalle zecche come la borreliosi e la meningoencefalite da zecca (TBE), nonché per l'hantavirus. Uno studio di Tim R. Hofmeester (Università di Wageningen, 2017, Proceedings of the Royal Society B) ha esaminato 20 parcelle forestali ed è giunto a un risultato chiaro: nelle zone con maggiore attività di volpi e faine, i roditori portavano dal 10 al 20 per cento in meno di larve di zecca. Le ninfe nelle zone con scarsa attività di predatori erano infettate da agenti patogeni nel 15 per cento dei casi in più.
La conseguenza è misurabile: meno predatori a causa della caccia ricreativa significano più topi, più zecche infette e un aumento dei casi di TBE e borreliosi nell'uomo. All'inizio del 2025 i numeri di TBE in Svizzera hanno raggiunto il livello più alto dal 2013. In Germania, nel 2024, con 686 casi sono stati registrati i secondi valori di TBE più alti di sempre. L'hantavirus, trasmesso dai topi tramite la polvere degli escrementi, causa fino a 2'000 casi all'anno, otto volte di più dell'echinococcosi alveolare, con cui i cacciatori ricreativi giustificano la loro caccia alla volpe.
La caccia alla volpe diffonde l'echinococcosi alveolare invece di combatterla
CacciaSvizzera sostiene da anni che la caccia alla volpe protegga dall'echinococcosi alveolare. Uno studio francese a lungo termine condotto nei pressi di Nancy lo smentisce in modo impressionante. Nell'arco di quattro anni, su circa 700 chilometri quadrati, sono state uccise 776 volpi in più, aumentando la pressione venatoria del 35 per cento. Il risultato: la popolazione di volpi non è diminuita, poiché volpi giovani provenienti dalle zone vicine sono immigrate. Il tasso di infestazione da echinococcosi alveolare è salito dal 40 al 55 per cento, perché le giovani volpi immigrate hanno portato escrementi contaminati in nuove aree. Il titolo dello studio parla da sé: «Echinococcus multilocularis management by fox culling: An inappropriate paradigm.»
In Lussemburgo si osserva il contrario: dopo il divieto della caccia alla volpe nel 2015, il tasso di infestazione è sceso dal 40 per cento a meno del 10 per cento. La rabbia è stata eradicata in Svizzera non grazie alla caccia ricreativa, bensì mediante esche vaccinali. Dal 1998 la Svizzera è libera dalla rabbia. Il Centro svizzero di referenza per la rabbia ha già constatato: una riduzione della popolazione di volpi tramite la caccia è impossibile.
La caccia per riserva come fattore di diffusione delle malattie
L'Caccia bassa distrugge le comunità familiari stabili delle volpi. Il risultato è che ogni volpe femmina viene fecondata e dà alla luce più cuccioli per cucciolata: la popolazione aumenta anziché diminuire. Allo stesso tempo, la pressione venatoria cronicamente elevata causa uno stress costante che deprime il sistema immunitario degli animali selvatici e li rende più vulnerabili alle infezioni. La caccia ricreativa genera così popolazioni più malate e stressate, con densità più elevate: esattamente il contrario di quanto afferma CacciaSvizzera.
La catena di conseguenze prosegue: meno volpi significano più topi e ratti, e quindi più leptospirosi (tramite l'urina dei roditori nelle pozzanghere), più hantavirus, più botulismo (poiché la mancanza di necrofagi lascia le carcasse in giro) e più malattie trasmesse dalle zecche. I cantoni con i più alti abbattimenti di volpi (tra cui Berna, Argovia, Grigioni e Zurigo) non hanno risolto nessuno di questi problemi. Al contrario: contribuiscono a crearli.
Affermazione 7: «Oltre l'80% della popolazione conferma che la caccia ricreativa si svolge nel rispetto del benessere animale»
CacciaSvizzera fa condurre ogni due anni un sondaggio sulla popolazione dalla società DemoScope e presenta i risultati come prova della vasta accettazione della caccia ricreativa. Ciò che l'opuscolo tace è che il sondaggio si basa su soli 1'005 intervistati. Il committente è CacciaSvizzera stessa, ovvero l'organizzazione che ha un interesse commerciale nell'ottenere risultati positivi. Le domande sono formulate in modo suggestivo: chi, ad esempio, contraddirebbe spontaneamente l'affermazione secondo cui i cacciatori ricreativi «si impegnano per l'ambiente», se non conosce una prospettiva alternativa?
La stessa CacciaSvizzera ammette che i risultati «sono leggermente in calo rispetto ai sondaggi precedenti». La tendenza indica dunque un calo, nonostante il massiccio lavoro di pubbliche relazioni.
I sondaggi d'opinione come strumento di pubbliche relazioni
Lo schema è riconoscibile a livello internazionale: Jagd Österreich esulta per il «85 per cento di consenso», ma la domanda centrale è semplicemente: «Riconosce ad altre persone il diritto di cacciare, se lo fanno secondo le leggi sulla caccia vigenti?» Questo misura la tolleranza liberale nei confronti di un'attività legale, non un consenso di merito alla caccia ricreativa. Il trucco funziona in tre fasi: prima si rileva la «tolleranza», poi la si reinterpreta come «accettazione sociale» e infine la si presenta come «mandato pubblico».
Lo stesso istituto DemoScope fornisce risultati opposti a seconda del committente: per CacciaSvizzera il sondaggio ha prodotto una «grande maggioranza» favorevole alla caccia ricreativa. Per il Protezione Svizzera degli Animali PSA lo stesso istituto ha rilevato: il 64 per cento vuole vietare la caccia in tana, solo il 21 per cento vuole mantenerla. Il 43 per cento vuole vietare completamente le battute, un ulteriore 32 per cento vuole limitarle fortemente, insieme il 75 per cento. Non appena si interroga su pratiche venatorie concrete, il presunto consenso crolla.
Lo studio rappresentativo WaMos-2 del 2012 mostra un quadro ancora più chiaro: il 79 per cento della popolazione svizzera nutre riserve nei confronti della caccia ricreativa o la rifiuta in linea di principio. L'«80 per cento di consenso» di CacciaSvizzera non è quindi espressione di un reale sostegno, ma il prodotto di domande mirate e di una comunicazione selettiva.
I fatti dietro la facciata
Più determinanti dei sondaggi d'opinione sono i fatti: secondo il Protezione Svizzera degli Animali PSA il tasso di successo del recupero della selvaggina ferita varia, a seconda del cantone, tra il 35 e il 65%. Ciò significa che circa la metà degli animali feriti durante la caccia ricreativa non può mai essere liberata dalla sofferenza nonostante il recupero. Nel cantone dei Grigioni, in cinque anni, circa 3’836 animali sono stati solo feriti anziché abbattuti in conformità con il benessere animale, a cui si aggiungono multe disciplinari per oltre 700’000 franchi per abbattimenti illeciti.
In queste condizioni non si può parlare di «rispetto del benessere animale».
Affermazione 8: «I danni selvatici sono il risultato di una biodiversità intatta»
Questa frase nell'opuscolo è particolarmente rivelatrice. CacciaSvizzera afferma che i danni selvatici sarebbero «la conseguenza di una fauna ricca di specie desiderata» e al tempo stesso la ragion d'essere della caccia ricreativa. Si tratta di un ragionamento circolare: prima si costruisce un problema, poi ci si propone come soluzione.
Ma i numeri di Ginevra mostrano che: i danni selvatici sono paragonabili a quelli di Sciaffusa, un cantone in cui si caccia intensivamente. Prima del divieto di caccia del 1974, i cacciatori ricreativi a Ginevra avevano sterminato i cinghiali nel corso di decenni. Oggi vivono circa cinque cinghiali per chilometro quadrato di bosco, un livello basso e stabile, controllato da guardiacaccia professionisti.
L'le vere cause dei danni alla fauna selvatica (agricoltura intensiva, distruzione dell'habitat, pratiche di foraggiamento dei cacciatori ricreativi e la pressione demografica generata dalla caccia) vengono sistematicamente ignorate nell'opuscolo.
Affermazione 9: «La caccia è un'attività responsabile per la natura»
L'ultima pagina dell'opuscolo presenta un «Codice di caccia» con raccomandazioni di comportamento: «Evito sofferenze inutili agli animali.» «Collaboro al mantenimento della biodiversità.» «Cacciò con rispetto e responsabilità.»
La realtà: dall'inizio della statistica upi nel 2000, fino al 2019 oltre 75 persone sono state uccise in incidenti di caccia. Calcolato matematicamente, si verifica un incidente di caccia ogni 29 ore. Ogni anno si registrano circa 300 incidenti riconosciuti legati alla caccia ricreativa, oltre a un numero considerevole di casi non registrati che riguardano pensionati e accompagnatori, i quali non vengono rilevati statisticamente.
Studi scientifici documentano sistematicamente gli effetti: gli animali selvatici vivono sotto stress costante in un «Landscape of Fear». Nei cinghiali sottoposti a cacce in spinta sono stati misurati livelli elevati di cortisolo (Güldenpfennig et al. 2021). Le lepri variabili cacciate con i cani hanno mostrato un livello di cortisolo 6,5 volte superiore (Pedersen et al. 2024). La caccia ricreativa distrugge i legami familiari, impone cambiamenti comportamentali innaturali e innesca una riproduzione compensatoria.
criminalità legata alla caccia ricreativa
La categoria «Criminalità e caccia» su wildbeimwild.com documenta da anni reati, violazioni delle norme e carenze sistemiche nell'ambito della caccia ricreativa. Tra questi figurano il bracconaggio, gli abbattimenti illegali di specie protette, gli abbattimenti errati di animali domestici e da reddito, l'abuso di armi e le minacce contro chi ha opinioni diverse. Nell'ottobre 2024 un cacciatore ricreativo vallesano ha ucciso con un colpo di fucile un cane da protezione del bestiame che, a suo dire, aveva scambiato per un lupo. Valore: circa 8'000 franchi. Alla fine di novembre 2024, nel cantone di Vaud, un cacciatore ricreativo di 64 anni è stato ucciso da un colpo sparato da un collega.
Il Protezione Svizzera degli Animali PSA richiede tra l'altro un divieto in tutta la Svizzera della caccia in tana, una rigida limitazione della battuta, un obbligo di segnalazione per i recuperi, la fine della munizione al piombo e la cancellazione di specie come la lepre comune, la lepre variabile, il fagiano di monte, la pernice bianca e la beccaccia dall'elenco delle specie cacciabili. Nessuna di queste richieste compare nel «codice venatorio» dell'opuscolo, e nessuna è stata sostenuta da CacciaSvizzera.
«Responsabile» è sicuramente l'ultimo termine adatto per un'attività ricreativa che uccide regolarmente persone e animali, che caccia specie protette e che si sottrae a ogni controllo indipendente.
Affermazione 10: «CacciaSvizzera collabora con WWF, Pro Natura e BirdLife»
L'opuscolo elenca numerose «organizzazioni affini per obiettivi», tra cui WWF, Pro Natura e BirdLife Svizzera. Ciò che si vuole suggerire: la caccia ricreativa gode di un largo sostegno ed è accettata dalle organizzazioni ambientaliste.
Ciò che in realtà accade: secondo l'opuscolo, il dialogo istituzionale serve a «impedire inutili restrizioni venatorie e sovraregolamentazioni eccessive». La collaborazione non è quindi un impegno a favore della tutela della natura, bensì uno strumento strategico di lobbying. Non si tratta di promuovere insieme la biodiversità, bensì di respingere le limitazioni alla caccia ricreativa.
Dialogo fallito
Colpisce chi manca nell'elenco dei partner dell'opuscolo: la Protezione Svizzera degli Animali PSA, la più grande e antica organizzazione per il benessere degli animali del Paese, ha interrotto ogni dialogo con CacciaSvizzera. La PSA chiede un divieto della caccia in tana, una rigida limitazione della battuta, la fine della munizione al piombo e la cancellazione delle specie minacciate dall'elenco della caccia. CacciaSvizzera combatte ognuna di queste richieste.
Anche il processo di consultazione degli stakeholder per la revisione della legge sulla caccia è fallito: nell'ottobre 2022 l'Unione svizzera dei contadini, l'Associazione svizzera per l'economia alpestre e la SAB si sono ritirati dai negoziati comuni. La «collaborazione costruttiva» che CacciaSvizzera elogia nell'opuscolo si scontra regolarmente con la realtà, perché la lobby della caccia ricreativa considera i compromessi come una minaccia al proprio hobby e sabota sistematicamente le richieste di tutela della natura.
L'elenco dei partner nell'opuscolo non è una coalizione di persone che la pensano allo stesso modo. È un'enumerazione di organizzazioni con cui CacciaSvizzera siede occasionalmente allo stesso tavolo, ma che sostengono posizioni fondamentalmente diverse sulle questioni centrali.
Opuscolo pubblicitario invece di base fattuale
L'opuscolo di CacciaSvizzera non è un documento scientifico, bensì uno strumento di pubbliche relazioni. Tace sistematicamente i lati oscuri della caccia ricreativa: la sofferenza animale causata da colpi mancati, i rischi per la salute dovuti alla munizione al piombo, la riproduzione compensatoria, gli incidenti di caccia, lo stato catastrofico della biodiversità in Svizzera e l'esistenza di alternative funzionanti come nel cantone di Ginevra.
Chi vuole rispondere onestamente alla domanda «La caccia ricreativa protegge e giova?» deve guardare oltre le immagini patinate e prendere atto delle evidenze scientifiche.






