Foto del trofeo: doppia morale e punto cieco della caccia ricreativa
Un uomo si inginocchia ridendo accanto a un capriolo morto, l'arma a portata di mano, sangue sull'erba, e l'hashtag «Waidmannsheil». Immaginiamo la stessa scena con un poliziotto che posa accanto a una vittima e pubblica la foto online: sarebbe uno scandalo, una mancanza disciplinare, un motivo di licenziamento immediato. Il fatto che una società tolleri questa messa in scena con gli animali selvatici dimostra quanto sia profondamente radicato il doppio standard nel rapporto con la vita e la morte. Questo dossier illustra, con basi giuridiche, studi e casi concreti, perché le foto del trofeo non sono un'innocua tradizione, bensì una cartina di tornasole della nostra comprensione della dignità.
Cosa ti aspetta qui
- La dignità animale nel diritto svizzero: come la Costituzione federale, la legge sulla protezione degli animali e l'art. 135 CP tutelano la dignità dell'animale, perché queste norme comprendono anche la violenza sugli animali e perché le foto del trofeo si trovano comunque in una zona grigia.
- Polizia ed esercito come metro di paragone: cosa succede quando funzionari statali posano con dei morti, quali casi hanno portato a licenziamenti e pene detentive, e perché per i cacciatori ricreativi valgono criteri diversi.
- SStudi e cifre: cosa rivela uno studio rappresentativo sulla percezione delle foto del trofeo da parte della Generazione Z e perché persino la lobby della caccia parla di «mine comunicative».
- Psicologia ed etica: cosa rivela la messa in scena con corpi morti sull'empatia, sull'assuefazione e sull'autorappresentazione, e perché il richiamo alla «tradizione» non regge dal punto di vista etico.
- Confronti internazionali: il divieto namibiano sulle foto del trofeo, la decisione di Walmart, i divieti europei di importazione di trofei e ciò che la Svizzera omette di fare.
- Etica della morte: perché la paura della morte non è un soggetto fotografico e perché la caccia ricreativa trasforma il processo di morte più brutale in un'occasione per il selfie.
- Cosa dovrebbe cambiare: Richieste politiche concrete in materia di dignità animale, linee guida sulle licenze di caccia, tutela dei minori e vigilanza indipendente.
- Argomentario: Risposte alle obiezioni più frequenti della lobby della caccia ricreativa.
- Link rapidi: Tutti i contributi, gli studi e le fonti rilevanti in un colpo d'occhio.
Dignità animale: cosa promette il diritto e cosa mantiene
La Svizzera ha ancorato nell'ordinamento giuridico la protezione della dignità animale più di qualsiasi altro Paese. L'art. 120 cpv. 2 della Costituzione federale (Cost.) sancisce dal 1992 la «dignità della creatura» come principio costituzionale. L'art. 1 della legge sulla protezione degli animali (LPAn) formula come scopo della legge quello di «tutelare la dignità e il benessere dell'animale». L'art. 3 lett. a LPAn precisa cosa significhi dignità: il valore intrinseco dell'animale va rispettato. Gli interventi che lo umiliano, lo strumentalizzano eccessivamente o ne ledono l'aspetto esteriore sono considerati una violazione della dignità animale.
Chi viola la dignità animale commette un maltrattamento di animali ai sensi dell'art. 26 cpv. 1 lett. a LPAn e rischia una pena detentiva fino a tre anni o una pena pecuniaria. Nel 1989 il Tribunale federale ha stabilito che solo una tutela globale della vita può corrispondere alle sensibilità etiche della società. Nella letteratura specialistica si discute inoltre se la dignità animale possa produrre effetti giuridici anche dopo la morte, in analogia all'effetto postumo della dignità umana ai sensi dell'art. 7 Cost. A tal proposito Bolliger e Rüttimann scrivono: poiché il concetto di dignità per gli animali non può avere un significato fondamentalmente diverso rispetto a quello per gli esseri umani, anche per la dignità animale non si può escludere categoricamente un effetto giuridico oltre la morte.
Nonostante questa elevata densità normativa, l'esposizione di animali selvatici morti in rete rimane in gran parte priva di regolamentazione. La legge sulla protezione degli animali tutela gli animali dal dolore e dalla sofferenza, ma non disciplina esplicitamente come il corpo possa essere messo in scena mediaticamente dopo la morte. Una società che riconosce nei testi di legge la dignità dell'animale dovrebbe, per coerenza, problematizzare anche l'esposizione degradante di animali morti.
Per saperne di più sul quadro giuridico: Caccia e benessere animale: cosa fa la pratica agli animali selvatici
Art. 135 CP: quando le immagini di violenza diventano punibili
L'art. 135 CP vieta le rappresentazioni che «illustrano in modo insistito atti di cruda violenza contro esseri umani o animali, in modo da offendere gravemente la dignità umana». La norma comprende esplicitamente anche la violenza sugli animali. È punibile chi fabbrica, introduce, mette in circolazione, tiene in deposito, pubblicizza o rende accessibili tali registrazioni (cpv. 1, fino a 3 anni di pena detentiva). Dalla revisione è punibile anche il semplice possesso (cpv. 1bis, fino a 1 anno).
La Fondazione Tier im Recht (TIR) conferma che si rende punibile chiunque registri e pubblichi su internet filmati con rappresentazioni esplicite di violenza sugli animali. La questione se anche i gestori dei social network si rendano punibili ai sensi dell'art. 135 CP non è finora stata chiarita nella prassi.
Il Tribunale federale applica l'art. 135 CP in modo restrittivo, limitandolo ai «casi veramente eclatanti e inequivocabili» di violenza eccessiva. Secondo la dottrina dominante, le tipiche foto del trofeo, in cui un cacciatore ricreativo posa accanto a un animale abbattuto, non rientrano in questa fattispecie, poiché la rappresentazione dell'uccisione «legale» non è considerata sufficientemente eccessiva. La soglia è alta: laddove lo Stato stesso autorizza l'uccisione, è difficile classificare la sua documentazione fotografica come «atto di violenza crudele». Giuridicamente si crea quindi una lacuna: la dignità animale termina dove inizia la fotocamera.
Che questa lacuna non sia priva di conseguenze lo dimostra un caso recente dei Grigioni.Come documentato da wildbeimwild.com, la procura grigionese ha rifiutato di aprire un procedimento penale contro un cacciatore ricreativo che aveva pubblicato pubblicamente sui social media foto del trofeo e foto di bambini. Allo stesso tempo, è stato perseguito penalmente chi aveva utilizzato una di queste immagini in un contesto critico. Il caso è ora pendente davanti al Tribunale federale. Esemplifica come in Svizzera le immagini di caccia vengano di fatto trattate come uno spazio esente da regole: chi espone animali morti in bella vista resta impunito, mentre chi critica queste stesse immagini rischia un procedimento.
Per saperne di più su casi al limite della punibilità: Caccia e maltrattamento di animali
Polizia ed esercito: cosa succede quando funzionari statali posano con i morti
Nella polizia e nell'esercito vigono regole severe per il trattamento delle vittime e delle immagini di violenza. Chi opera al confine tra vita e morte non può trasformare questo momento in un palcoscenico di autorappresentazione. Le violazioni vengono sanzionate duramente, perché riducono le vittime a oggetto di intrattenimento e minano la fiducia nello Stato di diritto.
Un caso avvenuto a Londra mostra quanto seriamente vengano prese tali infrazioni: nel giugno 2020 i poliziotti Deniz J. (47) e Jamie L. (33) avrebbero dovuto sorvegliare la scena di un duplice omicidio di due sorelle nel Fryent Country Park. Invece di svolgere il loro compito, scattarono selfie con i cadaveri e condivisero le immagini in gruppi WhatsApp. La sentenza: entrambi furono licenziati dal servizio di polizia e condannati a due anni e nove mesi di reclusione ciascuno. La madre delle vittime dichiarò che gli agenti avevano «disumanizzato» le sue figlie.
In Germania, nel 2020, un aspirante commissario nel Nord Reno-Vestfalia è stato licenziato per «mancanza di idoneità caratteriale», dopo aver ripetutamente sfruttato situazioni di servizio per scattare selfie destinati ai social media, tra cui durante il trasporto di un detenuto. Il Tribunale amministrativo superiore del Nord Reno-Vestfalia ha confermato il licenziamento. Il segnale è chiaro: chi abusa della propria posizione all'incrocio tra violenza e ordine pubblico per un'esibizione narcisistica perde il proprio lavoro.
Per i cacciatori ricreativi mancano conseguenze paragonabili. Nessuna licenza di caccia viene revocata perché qualcuno posa orgoglioso accanto a un capriolo morto. Nessuna associazione della caccia ricreativa sanziona i membri che pubblicano scene cruente nel proprio feed. Il comportamento di fondo, ovvero posare accanto a un corpo ucciso, è strutturalmente identico. La valutazione, invece, segue un doppio standard: nel caso di vittime umane viene considerato un oltraggio alla dignità, nel caso di animali selvatici viene definito «onore venatorio».
Altri esempi di pratiche venatorie fuori controllo: Amministrazioni venatorie svizzere poco serie
Cosa dicono gli studi: il 96 per cento reagisce negativamente
I dati sono inequivocabili. Uno studio rappresentativo dell'istituto di ricerche di mercato Bilendi e Respondi del 2024, realizzato nell'ambito di una tesi di master presso la FH Burgenland, ha esaminato per la prima volta in modo sistematico come la Generazione Z reagisce alle foto del trofeo sui social media. I risultati sono devastanti per la caccia ricreativa: dal 96 al 99 per cento delle reazioni affettive alle foto del trofeo erano negative. Il 73 per cento degli intervistati desiderava che tali immagini fossero accompagnate da un avviso di avvertimento. Il 69 per cento non voleva vedere foto del trofeo sui social media. Il 67 per cento provava pietà per gli animali raffigurati. Il 57 per cento riteneva che le foto del trofeo influenzino negativamente l'immagine sociale della caccia ricreativa.
Il rifiuto è rimasto costantemente a un livello elevato, indipendentemente dal fatto che le immagini mostrassero la selvaggina, il cacciatore ricreativo o altre composizioni visive. Lo studio smentisce così la diffusa convinzione tra i cacciatori ricreativi secondo cui una «messa in scena accattivante» potrebbe rendere le foto del trofeo socialmente accettabili. L'esperto di comunicazione venatoria Christoph Fischer lo formula senza mezzi termini sulla piattaforma Hirsch&Co: «Un animale morto rimane un animale morto e non può suscitare associazioni positive nel cittadino medio amante degli animali.» Definisce le foto del trofeo «mine comunicative» e avverte che ogni singola fotografia avventata può distruggere in pochi secondi la narrazione faticosamente coltivata della «gestione responsabile della selvaggina».
È significativo che le critiche provengano anche dall'ambiente stesso della caccia ricreativa: già nel 2019 il 70 per cento dei giovani cacciatori ricreativi si era espresso chiaramente contro la diffusione delle foto del trofeo sui social media (Fischer 2019). Negli Stati Uniti l'organizzazione Mountain Pursuit ha documentato che nel 2019 il 29 per cento dei post Instagram dell'industria venatoria mostrava ancora foto di trofei o scene cruente, una quota che è scesa del 25 per cento entro il 2021, perché persino il settore si è reso conto che tali immagini mettono a rischio l'accettazione pubblica della caccia ricreativa.
Anche le piattaforme social stanno reagendo: dall'introduzione del «Controllo dei contenuti sensibili», Instagram classifica i contenuti relativi ad armi e caccia come potenzialmente problematici e ne limita la portata per i non abbonati. Hashtag come #trophyhunting sono banditi. L'algoritmo riconosce le immagini di armi e ne riduce automaticamente la visibilità. La caccia ricreativa perde così non solo il controllo morale, ma anche quello tecnico sul proprio linguaggio visivo.
Ulteriori analisi sulla cultura venatoria odierna: Il cacciatore ricreativo nel XXI secolo
Psicologia: corpi senza vita come palcoscenico dell'autorappresentazione
Le foto del trofeo offrono uno sguardo su una psicologia del distacco. Chi posa sorridente accanto a un animale morto segnala che la sofferenza e la morte di quell'individuo passano in secondo piano rispetto all'orgoglio, al successo e all'appartenenza al gruppo. La psicologia sociale ha dimostrato che l'esposizione ripetuta a immagini di violenza prive di un contesto empatico sposta il limite interiore di ciò che è tollerabile: le persone si abituano a visioni che prima le avrebbero scioccate.
In ambito poliziesco, proprio questa tendenza viene valutata come un segnale d'allarme. Chi posa con disinvoltura accanto a una vittima dimostra, secondo una valutazione professionale, di poter essere inadatto a un ruolo delicato. Nella caccia ricreativa, lo stesso piacere nell'inscenare il corpo morto viene invece idealizzato come «passione per la natura» o «tradizione». Le riviste di caccia specializzate sono piene di immagini di cacciatori ricreativi in preda alla febbre venatoria, che posano in posizione dominante sopra le loro vittime. Come descrive efficacemente wildbeimwild.com: qualsiasi soldato o poliziotto verrebbe congedato con disonore e ricoverato in una clinica psichiatrica se si mostrasse davanti alla propria vittima come fanno i cacciatori ricreativi.
Il linguaggio delle immagini svela più di mille parole: inginocchiati sulla testa dell'animale, una mano sul palco, l'altra sull'arma, ampio sorriso, pollice in su. L'animale non funge da soggetto vivente, ma da prova di abilità nel tiro, di mascolinità o di successo venatorio. La posa degrada l'animale a semplice oggetto di scena per un momento di autoaffermazione. Fotografie di questo tipo servono ai cacciatori ricreativi per sentirsi importanti e per ottenere riconoscimento all'interno della cultura venatoria. Chi può esibire il trofeo più grande, il cervo più forte o il tiro più lungo, sale nella gerarchia. Il parallelo con la caccia al trofeo all'estero è evidente: che si tratti di un capriolo in una riserva grigionese o di un elefante in Namibia, la meccanica dell'autorappresentazione sul corpo morto è la stessa.
Dal punto di vista etico, la morte rappresenta il momento di massima vulnerabilità di un essere vivente. Usarla come sfondo per selfie riduce l'individuo a oggetto, rafforza la svalutazione degli animali selvatici e alimenta una cultura in cui l'empatia passa in secondo piano rispetto all'ego e all'intrattenimento.
Per saperne di più sui retroscena psicologici: Psicologia della caccia
Confronti internazionali: chi agisce e chi sta a guardare
Il dibattito sulle foto del trofeo non si limita alla Svizzera. In Namibia, il ministro dell'Ambiente Pohamba Shifeta ha emanato un divieto di pubblicare sui social media foto con animali selvatici morti. La motivazione: tali immagini rappresentano in modo distorto la caccia ricreativa e non sono moralmente giustificabili. Wildbeimwild.com ha riferito riguardo alla minaccia di sanzioni, che dovrebbe valere per tutti, «in particolare per i titolari di permessi di caccia». Le foto potranno essere scattate solo per uso privato, non per i social media.
Negli Stati Uniti, la catena di grandi magazzini Walmart, il più grande datore di lavoro privato al mondo, ha rimosso tutte le rappresentazioni di violenza venatoria dai negozi e dagli schermi. In un numero crescente di paesi si discutono o si attuano divieti di importazione per i trofei di caccia: Belgio, Finlandia, Paesi Bassi e Francia hanno già emanato divieti. Nel Regno Unito, un relativo disegno di legge è passato alla Camera dei Comuni. L'UE discute un inasprimento delle norme sull'importazione.
La Svizzera è in ritardo rispetto a questo sviluppo. Non esiste né una regolamentazione legale per le foto del trofeo né linee guida vincolanti da parte delle associazioni venatorie. CacciaSvizzera raccomanda internamente «moderazione» nella pubblicazione, ma non sanziona le infrazioni. Il risultato: mentre in Namibia un ministro agisce, il dibattito svizzero rimane allo stadio di cortesi richieste.
Per saperne di più sulla mancanza svizzera: Caccia ricreativa sotto esame: licenza rapida per uccidere invece che conoscenza
Etica della morte: la paura della morte non è un soggetto fotografico
Nella medicina umana, «morire con dignità» è un principio guida centrale. La medicina palliativa e l'etica sottolineano che l'ultima fase della vita dovrebbe essere caratterizzata da calma, riduzione del dolore e rispetto. A nessuno verrebbe in mente di sottoporre una persona morente alla paura della morte e poi mettere in scena il suo corpo come trofeo per un piacere ricreativo.
Nella caccia ricreativa accade esattamente questo agli animali selvatici. Vengono colpiti a distanza, fuggono in preda al panico, sono spesso feriti, lottano per la propria vita. Il tasso di successo del recupero varia a seconda del cantone tra il solo 35 e il 65 per cento. Ogni anno in Svizzera si stima che 3'000-4'000 animali selvatici vengano feriti da colpi di arma da fuoco e mai liberati dalla sofferenza. Uno studio danese (Elmeros et al. 2012) ha dimostrato che il 25 per cento delle volpi abbattute presentava tracce di spari precedenti. L'Associazione veterinaria per il benessere animale (TVT) in Germania ha documentato che, nelle cacce in spinta, fino al 70 per cento degli animali colpiti non muore immediatamente.
Esattamente questo risultato – un animale sanguinante, fuggito nel panico e infine ucciso – viene poi fotografato con orgoglio. Mentre gli animali da macello in Svizzera devono essere storditi prima del dissanguamento, per gli animali selvatici nella caccia ricreativa non esiste un obbligo di stordimento equivalente. Dal punto di vista etico è difficilmente giustificabile che proprio il processo di morte più brutale e incontrollato venga trasformato nell'occasione per un selfie. La foto del trofeo celebra il risultato di un procedimento che, in un macello, condanneremmo come lesivo del benessere animale.
Per saperne di più sull'assenza dell'obbligo di stordimento: Battuta di caccia sotto osservazione
Cosa dovrebbe cambiare
- Dignità animale oltre la morte: Il concetto di dignità previsto dal diritto sul benessere animale deve avere effetto anche oltre la morte. L'art. 3 lett. a LPAn in combinazione con l'art. 26 LPAn deve essere interpretato in modo tale che l'esposizione degradante di animali morti in rete venga classificata come lesiva della dignità. Mozione modello: Regolamentazione delle foto del trofeo
- Linee guida vincolanti sui social media per i titolari di licenza di caccia: Il rilascio di una licenza di caccia viene vincolato a una linea guida obbligatoria. La pubblicazione di foto del trofeo che mettono in scena animali morti come trofei viene definita incompatibile con una caccia «conforme all'etica venatoria». Le violazioni comportano il ritiro o la sospensione temporanea della licenza.
- Vigilanza venatoria indipendente con controllo dei media: Il caso dei Grigioni mostra che le procure trattano le foto del trofeo come inezie, mentre l'uso critico delle stesse immagini viene perseguito penalmente. Una vigilanza venatoria indipendente, sul modello ginevrino, professionalizza anche il controllo sulla messa in scena mediatica della caccia ricreativa. Mozione modello: Vigilanza venatoria indipendente: controllo esterno invece di autocontrollo
- Applicare rigorosamente la protezione dei minori: Le foto del trofeo sono liberamente accessibili sulle piattaforme, anche per i minorenni. La legge sulla protezione dei minori nell'ambito dei film e dei videogiochi (LPMFV) deve includere le foto del trofeo nel suo campo di applicazione, analogamente ad altre rappresentazioni di violenza sugli animali.
Argomentario
«Le foto del trofeo sono una tradizione.» Molte tradizioni del passato, dalle esecuzioni pubbliche ai combattimenti tra animali, sono oggi considerate inaccettabili perché trasformavano la sofferenza in spettacolo. Il richiamo alla tradizione non spiega perché un comportamento debba essere moralmente accettabile. Le foto del trofeo seguono lo stesso schema, trasformando la morte di un animale in un palcoscenico per orgoglio e intrattenimento.
«Una singola foto non fa certo danno.» Nella logica dei social media contano la massa e la ripetizione. Secondo Bilendi/Respondi 2024, tra il 96 e il 99 per cento della Generazione Z reagisce negativamente alle foto del trofeo. Ogni nuova posa cruenta si inserisce in un flusso di immagini che associa la caccia ricreativa a brutalità, feticismo per le armi e assenza di empatia.
«Non esistono anche presso la polizia e l'esercito immagini problematiche?» Sì, e vengono perseguite penalmente. A Londra, nel 2021, due poliziotti sono stati condannati a quasi tre anni di carcere ciascuno per essersi fatti dei selfie con le vittime di un omicidio e averli condivisi su WhatsApp. Nel Nordreno-Vestfalia un aspirante commissario è stato licenziato dal pubblico impiego per selfie scattati in servizio. Nella caccia ricreativa mancano conseguenze paragonabili, benché il comportamento sia strutturalmente lo stesso.
«Gli animali non hanno diritti della personalità, il paragone non regge.» Il paragone non mira a un'identica posizione giuridica, bensì a un identico atteggiamento: la messa in scena di un corpo morto come momento di autocelebrazione. La Svizzera riconosce, all'art. 1 della Legge sulla protezione degli animali, un valore intrinseco dell'animale. Un'applicazione coerente di questo principio deve mettere in discussione anche l'umiliazione postmortale.
«Chi mangia carne non ha il diritto di parlare delle foto del trofeo.» L'argomento dell'ipocrisia confonde piani diversi. Il consumo di carne può essere criticato dal punto di vista etico, ma ciò non giustifica che la morte di un animale diventi occasione per una messa in scena narcisistica in rete. Chi mangia una bistecca non posa sorridente accanto alla mucca.
«Basta il buon senso.» La diffusione e la difesa delle foto del trofeo dimostrano che il «buon senso» in alcune parti del mondo della caccia ricreativa funziona diversamente rispetto al resto della società. Dove empatia e autolimitazione non bastano, servono chiari paletti etici e giuridici.
«La caccia viene criticata solo dai suoi oppositori.» Il 70 per cento dei giovani cacciatori ricreativi è contrario alle foto del trofeo in rete (Fischer 2019). La piattaforma Hirsch&Co, un media favorevole alla caccia, mette in guardia contro i rischi comunicativi. Persino il settore riconosce che le foto del trofeo danneggiano la propria immagine più di qualsiasi campagna esterna.
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- Battuta di caccia sotto osservazione
- Namibia: divieto di foto del trofeo per i cacciatori ricreativi
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Il nostro impegno
Le foto del trofeo non sono un tema marginale, bensì uno specchio di come noi, come società, concepiamo la dignità, la compassione e la violenza. Questo dossier documenta perché l'esibizione di animali selvatici morti entra in conflitto con il diritto, lo stato della ricerca scientifica e lo standard etico minimo, e perché la stessa posa che costerebbe il posto a un poliziotto venga invece tollerata come «tradizione» tra i cacciatori ricreativi. Il dossier viene aggiornato costantemente quando nuove sentenze, studi o sviluppi politici lo richiedono.
Per saperne di più sul tema della caccia ricreativa: Nel nostro dossier sulla caccia raccogliamo verifiche dei fatti, analisi e reportage di approfondimento.
