Dannoso o utile: l'ideologia dietro la caccia alla volpe
A Zurigo muoiono decine di migliaia di volpi, e per più di nove su dieci il cantone non è in grado di indicare un motivo. Non si tratta di una lacuna nei dati, bensì di un pensiero che giudica gli animali per categoria anziché caso per caso, cristallizzato a livello statale nella legge sulla caccia del Reich del 1934.
«Nella vecchia tana»
Dopo la vittoria elettorale dell'AfD in Sassonia-Anhalt, il satirico svizzero Mike Müller ha parlato su «X» di «quasi un milione di nazisti».
Un elettore dell'AfD lo ha denunciato per diffamazione, calunnia e ingiuria. Il penalista zurighese Matthias Michlig ha dichiarato a Nau.ch che la denuncia ha «piuttosto poche possibilità di successo», poiché nei reati contro l'onore il diritto di querela spetta solo alla persona direttamente lesa, e questa lesione diretta manca di regola negli attacchi generici a grandi gruppi.
Questo è il limite entro il quale si può definire una visione del mondo senza mettere alla gogna un singolo individuo. Ed è esattamente questo limite che serve qui. Non stiamo dicendo che questo o quel cacciatore ricreativo sia un nazista. Stiamo dicendo: il pensiero che ancora oggi sorregge la caccia alla volpe risale a un'epoca che va chiamata con il suo nome.
La volpe muore perché è una volpe
Il cantone di Zurigo giustifica la caccia alla volpe sostenendo che gran parte degli animali sia malata o in conflitto con l'agricoltura e la popolazione. Il registro elettronico della selvaggina, in cui i cacciatori ricreativi registrano essi stessi i propri abbattimenti, racconta un'altra storia. Delle 21'846 volpi abbattute tra il 2015 e il 2025, solo il 7,7 per cento presenta un'indicazione di malattia o lesione. I conflitti con l'agricoltura e la popolazione non vengono affatto rilevati dall'amministrazione, la quale ammette essa stessa di non poter suffragare la propria affermazione con dati concreti. Per più di nove volpi abbattute su dieci non esiste quindi alcun motivo documentato.
Non si tratta di una svista, questo è il nocciolo della questione. Queste volpi non muoiono perché sono malate, non perché abbiano causato un danno, ma perché sono volpi. L'abbattimento non necessita di alcuna motivazione nel singolo caso, perché la motivazione risiede già da tempo nella categoria stessa. La volpe è archiviata sotto la voce «uccidibile». E questa archiviazione ha una storia.
L'analisi completa dei dati è consultabile nel nostro articolo Caccia alla volpe Zurigo: il libro della caccia smentisce la motivazione del cantone basata sulle malattie.
Una legge sulla caccia nata dall'epoca dell'allineamento nazista
Poco dopo la presa del potere, Hermann Göring fece elaborare una legge sulla caccia. Il 3 luglio 1934 fu approvata come prima legge del Reich vincolante e unitaria in materia venatoria, sostituendo le allora 17 leggi venatorie regionali. Essa elevò a concetto giuridico la «etica venatoria tedesca» (deutsche Waidgerechtigkeit), insieme all'obbligo di gestione faunistica, all'esame di caccia e al piano di abbattimento. Göring premise alla legge un preambolo in gran parte da lui stesso redatto, che evocava una «nobile arte della caccia tedesca», fondata su un'«antichissima tradizione germanica».
Alla precisione appartiene anche una distinzione che pure gli apologeti della caccia amano richiamare volentieri. La parte tecnica della legge è considerata relativamente apolitica, e la piena codificazione del «sangue e suolo» non risiede nel diritto venatorio, bensì nella legge del Reich sulla tutela della natura del 1935 e nell'apparato di tutela della natura allineato al regime. Wikipedia in lingua tedesca definisce tuttavia proprio il preambolo di Göring come improntato a idee di eugenetica e all'ideologia nazionalsocialista del «sangue e suolo». La cornice etnico-germanica è dunque presente nella legge sulla caccia stessa.
Il fatto che caccia e tutela della natura portassero la stessa impronta non era casuale. La tutela della natura sotto il nazionalsocialismo iniziò nel 1933 con l'allineamento delle associazioni e l'esclusione dei membri ebrei, fu istituzionalmente subordinata all'Ufficio forestale del Reich sotto Göring e ideologicamente collegata a un concetto etnico di patria e all'ideologia del «sangue e suolo». Il direttore dell'Ufficio del Reich per la tutela della natura, Walther Schoenichen, pubblicò nel 1942 un'opera intitolata «Naturschutz als völkische und internationale Kulturaufgabe» (La tutela della natura come compito culturale etnico e internazionale) ed è stato antisemita per gran parte della sua carriera. Caccia, tutela della natura e concezioni d'ordine etnico convergevano nello stesso apparato, sotto lo stesso uomo.
Utile e nocivo: quando una categoria divenne legge
Il cuore ideologico di quest'ordine è un'unica distinzione: utile o nocivo. C'è la selvaggina curata, «forte», che si alleva per poi abbatterla, e c'è il «parassita» (Raubzeug), che si stermina affinché la selvaggina curata prosperi.
Non si trattava di una semplice immagine, ma di legge. Il termine «Raubzeug» era contenuto nella legge federale tedesca sulla caccia fino al 1976, e la protezione della selvaggina dal Raubzeug era considerata «contenuto della tutela venatoria». Volpe, lupo, lontra, lince, castoro, rapaci e corvidi venivano combattuti con premi. Contro la volpe, all'inizio del XX secolo, si posavano esche avvelenate con stricnina. La volpe era il prototipo del predatore a cui si negava per categoria il diritto di esistere.
I nazionalsocialisti non hanno inventato questa suddivisione, ma l'hanno caricata ideologicamente. Nella pedagogia degli anni Trenta e Quaranta, gli animali servivano a spiegare ai bambini cosa fosse, in senso nazionalsocialista, un «nocivo» o un «parassita». La categoria non era quindi un semplice termine tecnico venatorio, bensì parte di una visione del mondo in cui caccia, tutela della natura e ordine razziale confluivano nello stesso apparato. Non è necessario esplicitare il lato disumano di questa visione del mondo per coglierne il nucleo: la pretesa di suddividere la vita in base alla sua utilità per un ordine costituito ed eliminare ciò che è ritenuto inferiore.
Perché la Svizzera non fa eccezione
Qui la lobby della caccia ricreativa passa al contrattacco, e bisogna toglierle il vento dalle vele. Il diritto venatorio svizzero non risale all'epoca nazista. La legge federale sulla caccia e la protezione dei mammiferi e degli uccelli selvatici data 1986, la caccia è disciplinata a livello cantonale e non deriva dalla legge venatoria del Reich. Chi afferma il contrario si espone alle critiche.
Solo che questo non cambia nulla nel pensiero. La legge è più recente, ma lo schema mentale è lo stesso. La «correttezza venatoria» (Waidgerechtigkeit), l'idea di cura della selvaggina, l'uomo come regolatore, la silenziosa suddivisione del mondo animale in desiderato e indesiderato: tutto ciò sopravvive immutato nell'immagine che i cacciatori ricreativi svizzeri hanno di sé stessi. E la volpe zurighese lo dimostra. Se un cantone fa abbattere 21'846 animali e per più di nove su dieci non riesce a indicare un motivo, allora non agisce secondo criteri biologici, bensì secondo categorie. La volpe è rimasta il «nocivo», anche se la parola non compare più nella legge. Ginevra fa a meno della caccia alla volpe dal 1974. Dunque si può fare anche senza. Zurigo non vuole.
L'obiezione prevedibile
Gli apologeti della caccia, fino a un'elaborazione del Servizio scientifico del Bundestag tedesco, sostengono che la parte tecnica della legge sulla caccia del Reich fosse formulata in termini non politici. Questo è persino vero, e non confuta nulla. Il problema non è il singolo articolo, bensì la visione del mondo che lo ha generato. Che questa continuità esista lo confermano persino gli stessi media venatori: la rivista specializzata «Pirsch» ne ha scritto sotto il titolo «Paragrafi verdi, mentalità bruna». E l'associazione per la protezione della natura NABU constata che la massiccia persecuzione dei predatori è una conseguenza della «lotta contro gli animali nocivi» propagata negli ambienti venatori, e che la volpe viene ancora oggi cacciata senza alcun motivo.
Cosa ne consegue
Il caso Mike Müller mostra alla fine la cosa giusta: si può denunciare una visione del mondo senza diffamare un singolo individuo. Wild beim Wild fa esattamente questo. Non affermiamo che il guardiacaccia zurighese o il cacciatore ricreativo della porta accanto sia un nazionalsocialista. Constatiamo che la categoria che è costata la vita a 21'846 volpi deriva da un pensiero che un regime criminale ha tradotto in leggi: la suddivisione della vita in preziosa e senza valore. Questo fondamento va smantellato, e il primo passo per farlo è nominarlo.
Ulteriori informazioni sul tema:La vicinanza sociologica tra caccia ricreativa ed estremismo di destra è mostrata nel nostro articolo I punti di contatto tra cacciatori ricreativi ed estremisti di destra. Come le leggi sulla caccia organizzano il controllo si trova nel dossier Leggi sulla caccia e controllo. Chi si celi dietro questa figura lo mostra Il cacciatore ricreativo nel XXI secolo. Chi vuole cambiare la prassi zurighese trova la via sulla pagina della campagna Fermare la caccia alla volpe.
Altro sul tema della caccia ricreativa: Nel dossier Ruolo e critica dei cacciatori ricreativi analizziamo la formazione, il potere e l'autopercezione dei cacciatori ricreativi. Le prove scientifiche sono raccolte nella panoramica Studi sugli effetti della caccia ricreativa.
La posizione dell'IG Wild beim Wild: L'IG Wild beim Wild rifiuta la caccia ricreativa. Il nostro modello è il canton Ginevra, che dal 1974 fa a meno della caccia ricreativa: senza periodi di caccia, senza cani da caccia, senza battute, senza altane, senza i maltrattamenti agli animali e la criminalità che altrove accompagnano la stagione venatoria. Ciò che là funziona da oltre cinquant'anni confuta ogni documento di posizione di CacciaSvizzera. Un'associazione che fonda la propria politica su affermazioni che essa stessa smentisce nei propri documenti non è un'organizzazione specializzata, bensì una fabbrica di disinformazione.
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