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Caccia

Caccia alla volpe: il governo bernese non vuole verificare l'evidenza

Il Consiglio di Stato bernese ha respinto una mozione sostenuta in modo trasversale dai partiti, che intendeva sperimentare scientificamente in un'area limitata quali conseguenze avrebbe la rinuncia alla caccia alla volpe.

Redazione Wild beim Wild — 20 maggio 2026

L'atto parlamentare è stato presentato il 3 dicembre 2025 dal granconsigliere PVL Casimir von Arx, con il sostegno di rappresentanti di PS, UDC, Verdi, PEV e PLR.

È stata richiesta una sperimentazione sul campo a tempo determinato e accompagnata scientificamente: in un'area idonea si sarebbe dovuto esaminare come una rinuncia totale o parziale alla caccia alla volpe rossa incida sulla popolazione di volpi, sulla salute degli animali selvatici, sulla salute pubblica, sulla biodiversità e sull'agricoltura.

L'occasione è considerevole. In Svizzera, secondo la statistica federale della caccia, vengono solitamente abbattute tra le 15’000 e le 25’000 volpi rosse all'anno, nel cantone di Berna si tratta di tra le 2’000 e le 3’500 animali. Come riportato dalla «Berner Zeitung» a fine ottobre 2025, la maggior parte delle circa 3’000 volpi bernesi abbattute finisce poi nei rifiuti.

La forza trainante dietro la richiesta è il giurista Pascal Wolf, che ha avviato in più di dodici cantoni atti parlamentari simili, incentrati principalmente sul mettere in discussione la necessità scientifica della caccia alla volpe. Finora le autorità li hanno spesso respinti, da ultimo la competente commissione lucernese, il cui operato wildbeimwild.com ha ricostruito criticamente. L'impegno di Wolf e i retroscena tecnici sono inoltre ampiamente documentati.

La motivazione del Consiglio di Stato

Con decisione del 6 maggio 2026 il Consiglio di Stato propone la reiezione. La sua argomentazione non si basa su dati, bensì sulla sistematica del diritto venatorio: la volpe rossa è, secondo la legge federale sulla caccia, una specie di animale selvatico cacciabile, la sua popolazione è diffusa in tutto il cantone e non è in alcun modo minacciata. Le limitazioni della caccia potrebbero essere giustificate principalmente con la protezione delle specie, che qui non si applica. Pertanto non vi è alcuna necessità di esaminare scientificamente l'effetto di una rinuncia alla caccia alla volpe.

È degna di nota una frase formulata dallo stesso Consiglio di Stato: poiché le specie non minacciate possono essere utilizzate dalla caccia ricreativa, quest'ultima sarebbe «di fatto fine a se stessa» e non dovrebbe adempiere alcun esplicito mandato di regolazione. Con ciò il governo conferma proprio quel punto che la caccia ricreativa di solito contesta in pubblico.

La contraddizione centrale

Proprio qui sta la debolezza della risposta. La mozione non chiedeva se la volpe sia minacciata, bensì se la sua caccia adempia effettivamente agli scopi che le vengono attribuiti. A questa domanda il Consiglio di Stato non risponde. Il primo firmatario von Arx critica infatti pubblicamente su Radio BeO che il governo elude la vera questione sollevata dalla mozione.

La situazione scientifica di partenza non è affatto aperta. In Svizzera la rabbia è stata debellata con esche vaccinali, non con il fucile. L'echinococco della volpe può essere ridotto efficacemente tramite esche vermifughe, mentre la caccia è considerata inadatta a tal fine. Le popolazioni di volpi rimangono stabili anche sotto forte pressione venatoria, perché l'immigrazione e una maggiore riproduzione compensano rapidamente le perdite. La ricerca attribuisce il declino delle specie rare prevalentemente alla perdita di habitat e all'agricoltura intensiva, non al predatore volpe. wildbeimwild.com ha riassunto lo stato della ricerca sulla gestione della volpe basata sull'evidenza.

Che una rinuncia sia praticabile lo dimostra uno sguardo oltre il confine cantonale. Nel cantone di Ginevra la caccia per i privati è vietata dal 1974; ogni anno si svolgono soltanto fino a venti abbattimenti speciali da parte delle autorità. Il Lussemburgo protegge la volpe tutto l'anno dal 2015. Anche all'interno della Svizzera esistono spazi liberi dalla caccia: nel Parco Nazionale Svizzero ogni forma di caccia è vietata dalla sua fondazione nel 1914, la volpe vi è interamente protetta come tutte le altre specie, e numerosi altri parchi nazionali in Europa adottano lo stesso approccio. In nessuno di questi casi si è verificata un'esplosione delle popolazioni, un aumento delle epidemie o danni eccessivi. L'argomento spesso sentito, secondo cui il modello ginevrino non sarebbe trasferibile, non regge dunque alla prova dei fatti. Maggiori informazioni nel dossier sull'autoregolazione delle popolazioni selvatiche e nell'articolo sulla crudeltà verso gli animali nella caccia alla volpe.

Quando la caccia favorisce le malattie

La discrepanza diventa particolarmente evidente nell'argomento sanitario della caccia ricreativa. La rabbia in Svizzera è stata debellata con esche vaccinali, non con il fucile. Per quanto riguarda la tenia della volpe, un'indagine quadriennale nella regione di Nancy mostra il contrario di quanto atteso: nonostante un'attività venatoria notturna massicciamente intensificata su circa 700 chilometri quadrati, durante la quale il bottino è aumentato del 35 per cento, la popolazione di volpi non è diminuita. Il tasso di infestazione dal parassita è salito nell'area di prova dal 40 al 55 per cento, mentre è rimasto stabile nell'area di confronto. Lo studio porta il titolo emblematico «An inappropriate paradigm». Considerate efficaci sono invece le esche vermifughe, che nel distretto bavarese di Starnberg hanno ridotto il rischio di infezione del 97-99 per cento.

Anche per quanto riguarda le zecche, le evidenze parlano contro l'abbattimento. Nelle aree con elevata attività di predatori come la volpe e la faina, i roditori portano molte meno zecche, e queste sono più raramente infette. Chi decima la volpe, cacciatrice di topi, tende così ad aumentare il rischio di borreliosi e meningoencefalite da zecche (TBE), i cui casi in Svizzera hanno recentemente raggiunto livelli record. wildbeimwild.com ha mostrato come i cacciatori ricreativi diffondono malattie e perché la caccia ricreativa favorisce addirittura le malattie.

L'esplosività è elevata, perché la Svizzera è un hotspot europeo per la tenia della volpe. Una rassegna pubblicata nel 2025 su «The Lancet Infectious Diseases» ha contato per gli anni dal 1997 al 2023 in tutta Europa 4’207 casi di echinococcosi alveolare, circa il 68 per cento dei quali in Germania, Francia, Austria e Svizzera. Pro capite la Svizzera si colloca al secondo posto dopo la Lituania. Proprio in questa situazione, puntare su un'attività venatoria dimostrabilmente controproducente invece che sulla sverminazione è difficile da giustificare dal punto di vista della politica sanitaria.

Cantone a patente senza obbligo di riserva

Importante per l'inquadramento: Berna è uno dei sedici cantoni a caccia a patente. Chi acquista una patente può cacciare in tutto il territorio cantonale, senza assumersi la responsabilità per una determinata riserva. L'idea che i cacciatori ricreativi svolgano con l'abbattimento delle volpi un compito di gestione capillare non può essere dedotta da questo sistema.

Come si prosegue

Con il rifiuto da parte del Consiglio di Stato, la questione non è chiusa. Sulla mozione decide ora il Gran Consiglio, presumibilmente nella sessione autunnale 2026. Il sostegno trasversale ai partiti dimostra che l'appoggio a una verifica basata sui fatti della caccia alla volpe cresce anche al di fuori dei classici ambienti del benessere animale.

Fonti

Altro sul tema della caccia ricreativa: Nei nostri dossier sulla critica alla caccia ricreativa raccogliamo verifiche dei fatti, analisi e reportage di approfondimento. Ciò che dice la ricerca al riguardo lo mostra La caccia sotto la lente: lo stato della ricerca.

La posizione dell'IG Wild beim Wild: L'IG Wild beim Wild rifiuta la caccia ricreativa. Il nostro modello è il canton Ginevra, che dal 1974 fa a meno della caccia ricreativa: senza periodi di caccia, senza cani da caccia, senza battute, senza altane, senza i maltrattamenti agli animali e la criminalità che altrove accompagnano la stagione venatoria. Ciò che là funziona da oltre cinquant'anni confuta ogni documento di posizione di CacciaSvizzera. Un'associazione che fonda la propria politica su affermazioni che essa stessa smentisce nei propri documenti non è un'organizzazione specializzata, bensì una fabbrica di disinformazione.

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