Guerra nel bosco, e gli altri dovrebbero stare attenti
Finché nel cantone si spara, sono altri a portare il rischio e gli animali selvatici a pagarne il prezzo.
È di nuovo tempo di alta caccia nel cantone dei Grigioni, e con essa torna la guida annuale su come escursionisti, ciclisti, raccoglitori di funghi e proprietari di cani possano attraversare «in sicurezza il periodo di caccia».
Cani al guinzaglio, indossare colori vistosi, farsi notare, non camminare fuori dai sentieri, evitare il crepuscolo. Il messaggio è sempre lo stesso: non è pericoloso, purché tutti prestino attenzione.
Per gli animali selvatici e per tutti coloro che altrimenti utilizzano il bosco, il periodo di caccia appare comunque come uno stato d'eccezione che dura mesi, una sorta di guerra nel bosco in cui tutti gli altri dovrebbero adattarsi. Perché non si tratta affatto solo delle tre settimane di alta caccia di settembre. All'alta caccia seguono la caccia bassa e la caccia speciale, mentre parallelamente prosegue la regolazione proattiva del lupo. A seconda del tipo di caccia, della specie animale e della regione, l'attività venatoria si estende da settembre fino all'inverno; la caccia da posta e con trappole è addirittura prevista per legge fino alla fine di febbraio. E il messaggio resta lo stesso: non sono le migliaia di persone armate che si addentrano nel bosco a doversi limitare, bensì tutti gli altri.
Il bosco appartiene alla collettività, ma non durante la caccia?
Questa inversione merita un secondo sguardo. Il bosco appartiene a tutti. Eppure non solo durante l'alta caccia di settembre viene di fatto dichiarato spazio di caccia. Per circa mezzo anno, lo spazio naturale pubblico viene rivendicato a fini venatori in forme sempre diverse. Il prezzo di questa priorità non viene pagato da chi spara, bensì dagli animali selvatici e da tutte le altre persone che usano il bosco per svago, per attività fisica o con i propri animali. Sono loro a doversi adattare, affinché la caccia a patente privata di una minoranza possa svolgersi il più possibile senza disturbi.
Si immagini che un altro gruppo di appassionati esigesse che famiglie, cavalieri e mountain-biker adattassero i propri percorsi nel bosco per mesi interi. Le proteste sarebbero certamente immediate.
Il «compito importante» non regge alla verifica
Con l'affermazione secondo cui la caccia svolgerebbe un «compito importante a favore della collettività», l'autorità giustifica la caccia a patente. È proprio questa affermazione che merita un esame critico. Robert Brunold, ex presidente della militante associazione cantonale dei cacciatori a patente dei Grigioni, ha detto a proposito della caccia minuta: «La caccia minuta non è necessaria, ma è legittima.»
Ciò è degno di nota. Perché mostra quanto apertamente, nella lobby della caccia ricreativa, necessità e legittimità si dissocino l'una dall'altra. Là dove una forma di caccia non dovrebbe essere necessaria ma viene comunque considerata legittima, diventa visibile su cosa si fondi realmente la caccia a patente. Non solo sulla gestione ecologica, ma altrettanto sulla tradizione, sulla pretesa e sull'interesse ricreativo. Se questo viene ammesso apertamente per la caccia minuta, ci si chiede quanto sia davvero diverso il caso dell'alta caccia.
La prassi conferma questo scetticismo. Il cantone, oltre all'alta caccia, mantiene la caccia speciale a novembre e dicembre come strumento supplementare. Ciò solleva la domanda su quanto sia effettivamente solido il sistema della caccia a patente come modello di gestione autonomo. Inoltre, dove si caccia intensamente, la natura compensa in parte la perdita con una riproduzione più forte. Un modello di gestione che necessita regolarmente di cacce supplementari porta in sé la propria discutibilità.
Che si possa fare diversamente lo dimostra il canton Ginevra dal 1974. Lì, guardiacaccia professionalmente formati al servizio cantonale si assumono tutti i compiti, senza privati muniti di patente. In oltre cinquant'anni, i problemi profetizzati non si sono verificati. Nel Parco Nazionale Svizzero, lo spazio libero dalla caccia funziona da oltre cent'anni.
Perché è un hobby, anche se l'ufficio lo chiama diversamente
L'ufficio parla di un «compito importante», ma un esame sobrio del concetto porta altrove. Un hobby è un'attività del tempo libero praticata volontariamente e regolarmente, che serve al proprio piacere o al relax e che contribuisce all'immagine di sé. Esattamente questo vale per la caccia a patente. Viene praticata nel tempo libero da persone che lavorano, oggi nessuno deve cacciare per nutrirsi, e la patente si acquista volontariamente. Il termine caccia ricreativa descrive dal punto di vista linguistico, in modo preciso, ciò che accade realmente. Non è un'invenzione degli oppositori, bensì la denominazione corretta.
Il fatto che un hobby possa comunque essere ben addestrato non cambia nulla. Anche i dilettanti ambiziosi restano dilettanti, finché non sono guardiacaccia assunti in servizio professionale. Il paragone con lo sport lo mette in evidenza. A nessuno verrebbe in mente di attribuire a un torneo amatoriale lo stesso rango di una lega professionistica, solo perché entrambi utilizzano lo stesso campo da gioco.
La differenza non è un cavillo terminologico. La gestione professionale della fauna selvatica viene valutata secondo criteri verificabili: il bisogno concreto, l'efficienza, la qualità del tiro, il recupero, il benessere animale e il controllo trasparente. È proprio su questi aspetti che deve essere valutata anche la caccia a patente. Uno sguardo ai singoli casi documentati risulta deludente. Nel canton Ginevra un guardiacaccia professionista impiega, secondo quanto riferito dagli stessi cacciatori, circa otto ore per un intervento necessario sulla popolazione di cinghiali, mentre i cacciatori ricreativi nei dintorni necessitano per lo stesso compito tra le 60 e le 80 ore, e il guardiacaccia si accontenta di poche cartucce per animale. Nei Grigioni, invece, è documentato che, secondo la statistica cantonale sulla caccia, un cervo su dieci viene solo ferito anziché abbattuto in modo pulito.
Con ciò la giustificazione crolla. Chi vuole adempiere un «compito importante a favore della collettività» organizza tale compito in modo efficiente, preciso e rispettoso degli animali, come dimostra il modello professionale. Un'attività ricreativa che richiede molte più ore, colpisce nettamente peggio e si orienta a periodi di caccia fissi anziché al bisogno concreto, non è un compito. È un hobby che si spaccia per compito.
Questo si vede anche da come viene organizzata la caccia ricreativa. Le ricerche sul turismo venatorio suggeriscono che, in larga misura, si tratti di offrire esperienze di caccia attraenti, come in un'agenzia di viaggi, pianificate e calendarizzate dall'autorità stessa. Caccia attraente secondo il calendario, non secondo la necessità. Chi confeziona un'offerta pensata per procurare piacere non sta gestendo un problema legato alla fauna selvatica, bensì una passione diffusa. Serve una domanda. E una domanda per un piacere ricreativo è per definizione un hobby, non un compito della collettività.
I regolatori naturali vengono deliberatamente respinti
Con il lupo esiste un predatore naturale che influisce sulle popolazioni di ungulati e sul loro comportamento. La sua efficacia dipende dall'habitat, dalle prede, dalla densità della popolazione e dall'uso antropico. A differenza della caccia a patente, la sua funzione ecologica non richiede né licenze di caccia né la mobilitazione di migliaia di privati armati di fucile. Invece di tenere maggiormente conto di questa funzione, il Canton Grigioni chiede abbattimenti su vasta scala.
Per il periodo di regolazione dal 1° settembre 2026 al 31 gennaio 2027, l'Ufficio federale dell'ambiente ha approvato le richieste del cantone. In dodici branchi, in caso di prole confermata, potranno essere abbattuti fino a due terzi dei giovani animali; in altri quattro branchi ciò sarà possibile in caso di prole comprovata. Il branco di Calderas, nei Grigioni centrali, potrà essere eliminato completamente. Durante l'alta caccia e la caccia speciale, anche i cacciatori ricreativi verranno coinvolti nella regolazione del lupo.
Qui merita un chiarimento un malinteso diffuso. Questi interventi non sono una legge di natura né una prescrizione automatica della Confederazione. Il cantone ha presentato di propria iniziativa le richieste e decide quindi politicamente quanto sfruttare pienamente il margine di manovra previsto dal diritto federale per gli abbattimenti proattivi. Quella che viene spacciata per regolazione è in realtà un massacro inutile e privo di fondamento scientifico. Il fatto che vengano presi di mira in modo mirato giovani animali e, nel caso di Calderas, un intero nucleo familiare, è una decisione dell'amministrazione cantonale della caccia, non del caso. Un cantone che respinge in questo modo il regolatore naturale e allo stesso tempo afferma che la caccia ricreativa svolge un compito indispensabile si muove in una contraddizione. Una semplice iniziativa popolare cantonale potrebbe porre un freno a tutto ciò.
Anche nella regolazione del lupo non si lavora in modo scientifico. L'ufficio stesso ammette che una valutazione affidabile degli effetti richiederebbe dati raccolti su più anni, ma continua a regolare prima che questa base sia disponibile. Le associazioni ambientaliste criticano da anni la mancanza di un controllo dell'efficacia e l'uccisione mirata di cuccioli come punizione collettiva di interi nuclei familiari. L'affermazione secondo cui gli abbattimenti renderebbero i lupi più diffidenti non è scientificamente comprovata ed è al tempo stesso contraddittoria in sé, poiché proprio quella diffidenza rende più difficili gli abbattimenti successivi. Ciò che viene gestito qui non è tanto una popolazione selvatica quanto un conflitto politico permanente. Alla fine si tratta di tenere in vita un'ostilità sociale nei confronti del lupo, e a pagarne il prezzo sono i soggetti più bisognosi di protezione, ovvero i cuccioli e i branchi stessi.
I Grigioni non sono quindi un caso isolato, bensì l'esempio visibile di uno schema. Per l'attuale periodo di regolazione diversi cantoni hanno presentato alla Confederazione domande di regolazione del lupo, tra cui Vallese, Vaud, San Gallo e Ticino, e anche il Vallese, come i Grigioni, coinvolge i cacciatori ricreativi negli abbattimenti. Lo stesso vale per la struttura di base della caccia ricreativa, che in altri cantoni di montagna e alpini come il Ticino, il Vallese o Uri si fonda sugli stessi principi. La critica ai Grigioni non è dunque la critica a un'eccezione, ma a un sistema che si ripete cantone dopo cantone.
La caccia durante il bramito e l'ideale dell'etica venatoria
L'alta caccia grigionese cade in un periodo in cui in molte regioni, a partire da metà settembre, inizia il bramito del cervo. Gli animali sono allora concentrati sulla riproduzione e particolarmente esposti. Sparare loro proprio in questa fase entra in tensione con l'ideale, spesso invocato, dell'etica venatoria. Una pratica che caccia gli animali in una fase in cui sono concentrati sulla riproduzione e particolarmente esposti può difficilmente richiamarsi in modo credibile al rispetto per l'animale.
Quanto si tratti di piacere e non di un compito, lo ha dichiarato apertamente proprio un ex capo dell'Ufficio caccia e pesca dei Grigioni . A proposito dell'abbattimento di un animale conosciuto, Georg Brosi ha dichiarato: «Fa particolarmente piacere quando si può sparare a un animale che si conosce.» Difficilmente si può formulare in modo più esplicito la contraddizione con la retorica ufficiale del compito. Al centro non c'è la necessità, bensì il piacere personale di uccidere, che aumenta quando esiste vicinanza e familiarità con l'animale.
Si immagini che qualcuno al di fuori della caccia ricreativa dichiari pubblicamente di provare particolare piacere nell'uccidere un essere vivente che conosce. La reazione sarebbe inequivocabile. All'interno della cultura della caccia ricreativa, invece, una simile frase può uscire dalla bocca di un capo ufficio senza avere conseguenze. Questo dice meno su un singolo individuo che su una cultura che normalizza l'uccidere per piacere, presentandolo al contempo come «compito importante» alla collettività.
Divisi persino tra i cacciatori, osteggiati da uffici e politica
Che la caccia ricreativa grigionese non sia il mandato popolare unanime che viene presentato come tale emerge con particolare chiarezza laddove la critica proviene dagli stessi cacciatori. L'iniziativa popolare per l'abolizione della caccia speciale è stata lanciata nel 2013 da ambienti venatori e naturalistici e depositata con oltre 10'000 firme, un numero record. Una parte della cacciatoria non condivide dunque esplicitamente lo svolgimento dell'alta caccia e della caccia speciale.
Invece di prendere sul serio questa critica, essa è stata osteggiata da uffici e politica. Il governo e il Gran Consiglio dichiararono nulla l'iniziativa. Solo nel 2017 il Tribunale federale di Losanna decise che essa era invece pienamente valida, costringendo il cantone a sottoporla al voto. Lo stesso schema si è ripetuto con l'iniziativa «Per una caccia rispettosa della natura ed etica», che governo, parlamento e tribunale amministrativo dichiararono parzialmente nulla, finché nel 2020 il Tribunale federale diede ragione ai promotori. Per due volte la più alta corte ha dovuto correggere la politica grigionese.
Ciò che pesa di più è come si sia potuti arrivare a questo punto. Circa un mese prima che il Gran Consiglio si pronunciasse sull'iniziativa sulla caccia speciale, l'Ufficio federale dell'ambiente aveva comunicato per iscritto al consigliere di Stato competente Mario Cavigelli che l'iniziativa non violava manifestamente il diritto federale. Cavigelli non presentò questa lettera al parlamento. Ignaro della valutazione dell'UFAM, il Gran Consiglio dichiarò nulla l'iniziativa. Solo sotto la pressione di un'interpellanza parlamentare, Cavigelli ammise egli stesso durante il question time del dicembre 2017: «Avrei dovuto presentare la lettera al Gran Consiglio.» Anche il tribunale amministrativo osservò in seguito che sarebbe stato auspicabile, ai fini della trasparenza, che egli avesse presentato la presa di posizione dell'UFAM.
Per la IG Wild beim Wild non si trattava di una semplice negligenza, ma di un inganno deliberato nei confronti del parlamento, motivo per cui presentò una denuncia penale. Le conseguenze le hanno subite gli iniziativisti. Hanno dovuto percorrere il costoso cammino verso Losanna e anticipare circa 113'000 franchi di spese legali, solo per poter finalmente sottoporre la loro richiesta a votazione.
Ciò completa il quadro. Un sistema che non è nemmeno incontestato nelle proprie file, che frena le iniziative popolari critiche con dichiarazioni di invalidità e il cui consigliere di Stato competente sottrae al parlamento la valutazione decisiva, si richiama a torto a un ampio e incontestato mandato della collettività.
Cattivo per gli animali selvatici, cattivo per il turismo
Con Davos, San Moritz, Lenzerheide, Arosa e Flims/Laax, il Grigioni è uno dei cantoni turistici più importanti della Svizzera. Il cantone vive del fatto che gli ospiti percepiscono i suoi boschi e le sue montagne come uno spazio aperto e ricreativo. Uno spazio naturale in cui si caccia per mesi, in cui appaiono guide sui colori di segnalazione e sull'obbligo del guinzaglio, e in cui i cavalli da sella possono spaventarsi e i cani finire in pericolo, è in tensione con questa promessa. Una protezione professionale della fauna e la coesistenza con i predatori potrebbero essere utilizzate come argomento per un turismo sostenibile. La caccia ricreativa non è adatta a questo scopo.
Un cambiamento di rotta sarebbe possibile
Politicamente un cambiamento di rotta sarebbe possibile, e senza revisione federale né blocchi pluriennali. L'art. 3 cpv. 1 della legge sulla caccia lascia ai cantoni un margine di manovra nella regolamentazione della caccia. Il Grigioni potrebbe sostituire progressivamente la caccia a patente privata con una gestione professionale e trasparentemente controllata della fauna selvatica, secondo il modello di Ginevra, che funziona senza caccia a patente da decenni. Un'iniziativa popolare cantonale potrebbe avviare questo percorso. I testi modello per farlo sono già elaborati.
Finché ciò non avviene, da settembre fino a ben dentro l'inverno si ripete lo stesso rovesciamento di responsabilità: non sono coloro che si avventurano armati nel bosco a doversi limitare nell'attività. Sono escursionisti, famiglie, ciclisti, cercatori di funghi, cavalieri e proprietari di cani a doversi adattare. Il bosco e le montagne non sono uno spazio esclusivo per la caccia ricreativa. Appartengono alla collettività e sono soprattutto l'habitat degli animali selvatici.
Ulteriori informazioni sul tema:
Altro sul tema della caccia ricreativa: Nel dossier Bracconaggio e criminalità venatoria in Svizzera documentiamo casi, questioni giuridiche e schemi ricorrenti. Ciò che dice la ricerca al riguardo lo mostra La caccia sotto la lente: lo stato della ricerca.
La posizione dell'IG Wild beim Wild: L'IG Wild beim Wild rifiuta la caccia ricreativa. Il nostro modello è il canton Ginevra, che dal 1974 fa a meno della caccia ricreativa: senza periodi di caccia, senza cani da caccia, senza battute, senza altane, senza i maltrattamenti agli animali e la criminalità che altrove accompagnano la stagione venatoria. Ciò che là funziona da oltre cinquant'anni confuta ogni documento di posizione di CacciaSvizzera. Un'associazione che fonda la propria politica su affermazioni che essa stessa smentisce nei propri documenti non è un'organizzazione specializzata, bensì una fabbrica di disinformazione.
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