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Perché servono così tanti cani da caccia: il lato oscuro taciuto dell'idillio degli esami

JagdSchweiz celebra gli esami dei cani da sangue come protezione degli animali. Ma il recupero rispecchia soltanto quanto spesso la caccia ricreativa sbagli il colpo. Dietro a tutto ciò: caccia in tana, tunnel d'addestramento e una vita in gabbia.

Redazione Wild beim Wild — 11 agosto 2026
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Le associazioni della caccia ricreativa celebrano i loro esami per cani da sangue come un contributo al benessere animale.

La domanda decisiva non se la pongono mai: a cosa servono davvero tutti questi eserciti di cani? La risposta onesta porta a tiri mancati, caccia in tana, addestramento su animali vivi e una vita in gabbia.

Attualmente in tutta la Svizzera si svolgono numerosi esami per cani, e le associazioni della caccia ricreativa amano presentarsi come custodi del benessere animale. JagdSchweiz, l'associazione mantello delle organizzazioni di caccia della Svizzera, ha celebrato gli esami sulla sua pagina Facebook ufficiale con il messaggio che cani da caccia ben addestrati sono "indispensabili per una caccia responsabile". Si parla di "passione", "impegno" e "successo nella ricerca", di ore di volontariato e di squadre certificate su piste di 500 e 1000 metri. Ciò che manca costantemente in questa autorappresentazione è l'unica domanda che conta davvero: a cosa servono in realtà questi eserciti di cani da sangue?

La risposta onesta non si trova in nessun comunicato di JagdSchweiz. Un cane da sangue segue la traccia di sangue di un animale che non è morto sul colpo. "Sangue" (Schweiss) è l'eufemismo venatorio per il sangue che un animale ferito e in fuga perde. Ogni singolo recupero è quindi la documentazione di un colpo che non ha centrato correttamente il bersaglio. L'elaborato addestramento, qui celebrato come una virtù, in realtà è l'ammissione di un problema strutturale: nella caccia ricreativa si sbaglia, si sfiora e si ferisce regolarmente.

Il recupero come specchio del tasso di tiri mancati

Quanto spesso si spari a vuoto può essere quantificato solo dove si tiene una qualche forma di registro, e questa è la grande eccezione. Non esiste una statistica nazionale sui recuperi di selvaggina ferita. Solo una manciata di cantoni documenta effettivamente l'attività di recupero. Dove i dati esistono, sono sconfortanti: nei Grigioni, nel 2016, su 5440 cervi abbattuti, 564 animali presentavano una ferita da arma da fuoco. Ciò significa che più di un cervo su dieci non è stato ucciso in modo pulito, ma solo ferito.

Il quadro diventa ancora più chiaro se si guarda al tasso di successo del recupero. A seconda del cantone, esso si attesta solo tra il 35 e il 65 per cento. Ciò significa che circa la metà degli animali feriti durante la caccia ricreativa non può mai essere liberata dalla propria sofferenza. Si trascinano via con le zampe crivellate di colpi, ferite all'addome o ossa in frantumi, e muoiono nel corso di ore o giorni, al di fuori di ogni statistica.

Negli ambienti specialistici, il tasso di recupero è considerato, non a caso, un valore approssimativo del tasso di tiri mancati. Chi vuole comprendere questo nesso lo trova illustrato in dettaglio nella nostra analisi su caccia in movimento: i colpi sparati contro animali in fuga sono fondamentalmente meno precisi di quelli sparati contro animali fermi. Ed è proprio per questi colpi imprecisi, prevedibili in partenza, che vengono impiegati i tanto celebrati cani.

Che si possa fare diversamente lo dimostra Ginevra

La domanda decisiva non è quanti cani serva a una caccia ricreativa imprecisa, bensì se la caccia ricreativa imprecisa sia davvero necessaria. Il cantone di Ginevra offre la risposta. Lì la caccia ricreativa è vietata dal 1974, e i pochi abbattimenti necessari sono effettuati da guardiacaccia professionisti con una formazione specialistica riconosciuta dallo Stato, di notte, con intensificatori di luce e dopo l'identificazione individuale dell'animale.

Il risultato è una qualità di tiro che la caccia ricreativa può solo sognare. L'ispettore cantonale della fauna la quantifica con queste parole: «Il 99,5 per cento degli animali abbattuti muore immediatamente». La sofferenza sarebbe minima, e non ci sarebbero quasi mai casi di animali che sopravvivono feriti a un abbattimento. Dove si lavora in modo professionale e con un unico colpo ben ponderato, l'intera infrastruttura di recupero diventa semplicemente superflua. Perché questo funzioni lo mostra il nostro articolo sul divieto di caccia nel cantone di Ginevra.

Il contrasto non potrebbe essere più netto: da un lato un tasso di morte immediata del 99,5 per cento con tre professionisti a tempo pieno, dall'altro un tasso di successo nazionale del recupero tra il 35 e il 65 per cento con decine di migliaia di tiratori ricreativi. Non è l'entità dell'addestramento dei cani a determinare la sofferenza animale, bensì l'abilità al momento dello sparo.

Ginevra smaschera così un secondo autoinganno. Il post di JagdSchweiz cita esplicitamente, oltre al recupero, il «lavoro prima dello sparo» come ambito d'impiego venatorio dei cani. Proprio questo impiego non ha nulla a che vedere con il benessere animale. Cani da cerca e da stana spingono gli animali selvatici fuori dai loro rifugi, affinché il cacciatore ricreativo possa finalmente sparare. Questo non serve all'animale, bensì al successo della caccia. A Ginevra, dove si mira con intensificatori di luce e si attende dopo l'identificazione individuale, non serve un solo cane. Dove si lavora in modo professionale, nessun animale deve essere prima braccato e messo in fuga affinché un tiratore per diletto abbia un'occasione.

Le battute di caccia: il sistema che genera il bisogno di recupero

Il bisogno di recupero è più intenso proprio dove la caccia ricreativa spara in modo meno pulito, ossia nelle battute e nelle cacce in movimento. Qui si sommano tutti i fattori di rischio: animali in fuga a velocità variabile, sfondi poco chiari, più tiratori nelle immediate vicinanze e la pressione sociale di dover premere il grilletto in una frazione di secondo. Che in queste condizioni si verifichino frequentemente colpi mancati o animali feriti non è un incidente di percorso, bensì la conseguenza prevedibile del metodo. Chi desidera approfondire i dettagli può trovarli nella nostra analisi sulla caccia in movimento.

I tanto celebrati esami per cani da sangue mantengono dunque proprio quella capacità che rende necessaria una forma di caccia che, per come è concepita, ferisce molti animali invece di ucciderli. I cani riparano ciò che la battuta di caccia provoca.

Ciò che non si vede nelle foto degli esami

L'esame per cani da sangue è il lato presentabile del lavoro dei cani da caccia. Il lato non presentabile si svolge sottoterra e dietro le recinzioni, e lì non si tratta di recupero, bensì dell'addestramento stesso, spesso su animali vivi.

Nella Tana artificiale il cane da tana viene preparato alla caccia in tana con una volpe viva. Volpe e cane sono sì separati da una griglia, ma dal punto di vista del benessere animale la volpe subisce un'angoscia mortale. La Protezione Svizzera degli Animali classifica l'addestramento con la volpe viva come una fattispecie di maltrattamento animale. Gli esperti giudicano questa pratica come un addestramento «all'inasprimento», che come aizzamento di animali l'uno contro l'altro è giuridicamente molto problematico. Cosa succede in tali impianti lo mostra il nostro contributo Maltrattamento della volpe nell'impianto per cani da tana.

Nel Recinto per cinghiali il cane viene «testato» su un cinghiale allevato a mano. Tali recinti mostrano un'immagine completamente lontana dalla realtà, come abbiamo illustrato nel contributo Recinti per cinghiali in Svizzera: gli animali sono abituati ai cani e alle persone e si comportano in un modo che in natura non si verificherebbe mai.

E nella vera e propria Caccia in tana il cacciatore ricreativo manda il cane nella tana di un animale capace di difendersi. A questo scopo ai cani viene deliberatamente selezionata o inculcata l'«asprezza venatoria», ossia un certo istinto predatorio, e non esitano nemmeno di fronte a scontri fisici con l'avversario. Nello spazio ristretto della tana si arriva così allo scontro: veri e propri combattimenti sono del tutto possibili, in particolare quando la volpe deve difendersi da un vicolo cieco. Nel caso del tasso, che può pesare fino a 18 chilogrammi e affronta il cane invece di fuggire, si verificano regolarmente gravi ferite da morso su entrambi i lati. Perché questa forma arcaica di caccia debba essere vietata lo mostra il nostro Dossier sul tasso in Svizzera. E il fatto che la tana, come luogo di rifugio naturale dei predatori, sia interessata, rende l'intervento ancora più grave.

Tutto l'anno nel canile: il prezzo che pagano i cani

La caccia ricreativa plasma i propri cani per i propri scopi e non li tratta adeguatamente per il resto dell'anno. Per la caccia in tana viene deliberatamente selezionato l'istinto predatorio, per gli altri impieghi un forte istinto di movimento e di ricerca. Proprio questa predisposizione rende gli animali estremamente inadatti a una vita in canile, ed è esattamente lì che finiscono in modo sproporzionatamente frequente. La Protezione Svizzera degli Animali sottolinea che i cani da caccia sono tenuti particolarmente spesso in canili e soffrono in modo particolare di questa forma di detenzione a causa del loro fortissimo bisogno di movimento e del loro olfatto estremamente sviluppato. Spesso i canili si trovano lontani dagli insediamenti, affinché l'abbaiare non disturbi nessuno.

Die dokumentierten Folgen dieser isolierten Haltung sind bedrückend. Der Schweizer Tierschutz führt Stereotypien wie Kreisdrehen und Schwanzjagen, Apathie, Wundlecken sowie Aggression und übertriebene Ängstlichkeit auf. Bezeichnend ist, dass die Aggression hier keine angeborene Bösartigkeit ist, sondern eine Reaktion auf Unterforderung und Vereinsamung. Nicht der Hund ist das Problem, sondern die Haltung, die ihm alles verwehrt, wofür er gezüchtet wurde. Dass es kein Einzelfall ist, zeigt das Wallis, wo das kantonale Veterinäramt auf zunehmende, nicht tierschutzkonforme Haltungen reagieren musste, vielfach bei Jagdhunden.

Wie konkret solche Zustände aussehen, dokumentiert ein Fall aus dem Kanton Jura, wegen dem die IG Wild beim Wild im April 2023 Strafanzeige einreichte. Ein Hobby-Jäger hielt dort mindestens vier Jagdhunde in nicht tierschutzgerechten Zwingern, ohne täglichen Auslauf und ohne Aussengehege. Die Hunde waren in schlechter Verfassung, verhaltensgestört und aggressiv als Folge der jahrelangen Haltung, die Zwinger voller Kot und Urin. Die ganze Recherche steht im Beitrag I cacciatori ricreativi giurassiani proteggono più di quanto cacciano?. Dass Jagdhunde das ganze Jahr über ein leidiges und trostloses Leben in einem Zwinger verbringen und nur während der Jagdzeit sich austoben können, ist also kein polemisches Zerrbild, sondern von der eigenen Recherche belegt.

Wer im Alltag darauf achtet, sieht das Muster: Jagdhunde, die den grössten Teil des Jahres auf einem Balkon, im Keller oder im Zwinger verbringen und aus Unzufriedenheit bei Tag und Nacht bellen. Das, was für einen Familienhund selbstverständlich ist, der tägliche Auslauf, der Sozialkontakt, die geistige Beschäftigung, bleibt vielen dieser hochtriebigen Tiere verwehrt. Sie werden für ein paar Jagdtage im Jahr scharf gemacht und die übrigen dreihundert Tage verwaltet wie ein Werkzeug, das man wegräumt, wenn man es nicht braucht.

Wie die Hunde selbst leiden

Bei aller berechtigten Empörung über das Leid der bejagten Wildtiere gerät ein Opfer regelmässig aus dem Blick: der Jagdhund selbst. Aus Tierschutzsicht leidet er auf mehreren Ebenen, nicht weil einzelne Hobby-Jäger böswillig wären, sondern weil das System den Hund primär als leistungsfähiges Gebrauchstier behandelt. Wo Brauchbarkeit und Jagdfunktion zum entscheidenden Massstab werden, geraten Ruhe, Bindung, Gesundheit und ein selbstbestimmtes Hundeleben ins Hintertreffen.

Già l'addestramento è gravoso. I cani vengono allenati alla durezza e al confronto con animali selvatici vivi, condotti in cunicoli stretti verso le volpi e messi in situazioni altamente stressanti e a rischio di lesioni anche per loro. Le organizzazioni per il benessere animale documentano inoltre, come rischi, metodi educativi intimidatori, fino a collari dolorosi e dispositivi a scariche elettriche. Tali metodi violano le norme sul benessere animale e non possono essere sminuiti come folclore.

A ciò si aggiunge il pericolo dell'impiego stesso. Durante il recupero, le battute e la caccia in tana, i cani lavorano in terreni impervi, tra rovi e corsi d'acqua, e in stretta prossimità di animali selvatici feriti e capaci di difendersi. Ferite da morso, da punta e da lacerazione, cadute, ferite da arma da fuoco e danni a occhi, testa e collo sono possibili conseguenze. Particolarmente inquietante è il fatto che i cani vengano impiegati per inseguire animali già colpiti e in preda al panico. Diventano così partecipi di un processo che grava anche su di loro, fisicamente e psicologicamente. Quanto ciò sia documentato in modo approfondito lo dimostrano i nostri dossier Cani da caccia: impiego, sofferenza e benessere animale e Cani da caccia – vittime della caccia ricreativa.

Cosa dicono il benessere animale e il diritto

La critica all'impiego dei cani da caccia non proviene dall'ambiente attivista, bensì da perizie giuridiche e dalla pratica veterinaria. L'ordinanza svizzera sulla protezione degli animali vieta in linea di principio, all'art. 22 cpv. 1 lett. d OPAn, l'utilizzo di animali vivi per l'addestramento o l'esame di cani, ma concede un'eccezione esplicita per i cani da caccia. Proprio questo è il nucleo giuridico del problema: ciò che per qualsiasi altro detentore di cani sarebbe considerato maltrattamento di animali, ossia aizzare un cane contro un animale vivo, è legale per la caccia ricreativa. L'art. 75 OPAn regola soltanto l'obbligo di autorizzazione cantonale per i relativi impianti, mentre l'intervento in sé resta consentito.

La Protezione Svizzera degli Animali rifiuta in linea di principio l'impiego di cani da tana nella caccia in tana, e la fondazione «Tier im Recht» giunge, in una perizia, alla conclusione che la caccia in tana soddisfa più volte la fattispecie penale di maltrattamento animale secondo l'art. 26 della legge sul benessere animale, sia nei confronti degli animali selvatici sia nei confronti dei cani impiegati. Quanto brutale sia la realtà sottoterra lo descrive il veterinario Dr. Ralf Unna sulla base della sua esperienza pratica: i cani uscirebbero spesso dalla tana gravemente conciati, con fratture multiple della mandibola inferiore e lesioni molteplici alle zampe e al viso, che devono essere curate per settimane. Per lui si tratta di una chiara violazione della legge sul benessere animale.

Quanto sia elevato il rischio di lesioni nell'impiego contro i cinghiali lo suggerisce un sondaggio del 2019, citato in ambito venatorio: secondo questo, il 95 per cento dei cani impiegati nelle battute in spinta contro il cinghiale avrebbe subito lesioni. Come sondaggio, questo non sostituisce uno studio indipendente, ma si inserisce in un quadro chiaro, che sostiene anche la tesi dei tiri mancati. L'Associazione veterinaria per il benessere animale riporta che nelle battute circa due terzi dei cinghiali e circa il 60 per cento dei caprioli femmina presentano colpi non immediatamente letali. Proprio qui si manifesta il problema di fondo: in Svizzera manca qualsiasi obbligo vincolante di segnalazione per i cani da caccia feriti o uccisi, così come non esiste alcuna statistica nazionale per gli animali selvatici colpiti. Senza questi dati, l'entità della sofferenza rimane invisibile, e proprio questo è politicamente voluto.

Un problema autoprodotto, venduto come virtù

Il conto, che nessuna gratitudine associativa può nascondere, è semplice. Servono così tanti cani da caccia perché così tanti colpi non sono precisi. La formazione, l'addestramento e gli esami non sono la soluzione di un problema di benessere animale, ma la gestione di un problema che la caccia ricreativa stessa produce. Una categoria professionale che padroneggiasse il proprio mestiere non avrebbe bisogno di un'infrastruttura diffusa di cani da traccia di sangue per rimediare ai propri tiri mancati.

Il manuale didattico federale per la caccia formula il principio senza equivoci: la valutazione del cacciatore sul proprio tiro («ho sicuramente mancato») non è rilevante per la decisione di effettuare il recupero. Ogni animale colpito e fuggito deve essere ricercato, perché i tiratori si sbagliano notoriamente sulla propria precisione di tiro. Non è un'accusa esterna, è scritto nella loro stessa dottrina.

È significativo che JagdSchweiz indichi essa stessa la causa determinante in altri articoli: in una notizia su un esame di cani da sangue nell'Alto Vallese, l'associazione scrive che sono necessari team ben addestrati per rintracciare la selvaggina ferita in seguito a incidenti stradali «o a tiri imprecisi». I tiri imprecisi sono dunque noti, semplicemente non compaiono nell'articolo celebrativo sull'esame. Chi legge il prossimo comunicato dell'associazione sul «lavoro di qualità dei cani da caccia» dovrebbe quindi tenere presente la domanda che lì non viene mai posta: gran parte di questo lavoro sarebbe semplicemente superfluo se non si sparasse così spesso a vuoto. «Buona ricerca» non è un motivo per congratularsi. È il segnale di partenza per la ricerca di un animale che soffre perché un tiratore ricreativo ha mancato il proprio obiettivo.

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«Piacere» invece di necessità: la cornice si tradisce da sola

La caccia ricreativa si tradisce più chiaramente nel punto in cui rivela il proprio vero motivo. In un altro articolo, JagdSchweiz promuove la «Settimana del gusto Baselland», dedicata «interamente alla caccia e al prezioso alimento che è la selvaggina», con «deliziose ricette di selvaggina» e l'invito a scoprire la «varietà della cultura della caccia del Baselland». Con ciò si fornisce l'autodichiarazione: la caccia ricreativa non è una necessità di approvvigionamento alimentare, ma un piacere del tempo libero inscenato come godimento e cultura. Chi inquadra l'uccisione come «piacere» non può al tempo stesso invocare una necessità oggettiva.

E il «prezioso alimento» pubblicizzato è tutt'altro che innocuo. L'Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria raccomanda ai bambini fino ai sette anni, alle donne in gravidanza, alle donne che allattano e alle donne che desiderano avere figli di evitare, se possibile, di mangiare selvaggina, poiché non si può escludere che sia stata abbattuta con munizione al piombo. Lo stato attuale degli studi, che presentiamo nell'articolo Selvaggina: rischi per la salute da piombo e PFAS raccolto è inequivocabile: il contenuto medio di piombo nella selvaggina europea è circa quattordici volte superiore a quanto ipotizzato nelle valutazioni del rischio dell'UE, e non esiste una soglia sicura per il piombo. Per i bambini che mangiano regolarmente carne di capriolo è comprovato un rischio maggiore di perdita di quoziente intellettivo. L'autorità francese ANSES raccomanda perciò di limitare il consumo di selvaggina a non più di tre volte l'anno. A ciò si aggiungono i PFAS, inquinanti ambientali persistenti, e zoonosi come trichinosi, epatite E e salmonellosi. Ciò che qui viene celebrato come «piacere» rappresenta, per i gruppi di popolazione più vulnerabili, un rischio per la salute scientificamente e ufficialmente riconosciuto.

Cosa deve cambiare

Mettendo insieme i vari fili, emerge un quadro che non ha più nulla a che vedere con l'idillio dell'esame. I cani vengono allevati per la caccia in tana con un istinto predatorio accentuato e mandati a combattere contro volpe e tasso. Vengono addestrati su volpi vive, sebbene ciò sfiori la fattispecie del maltrattamento di animali. Mantengono operativa quella capacità di recupero resa necessaria proprio da una prassi di tiro notoriamente imprecisa. E la maggior parte della loro vita molti di loro la trascorrono isolati nel canile. In questa catena, a ogni anello soffre un animale: la volpe, il tasso, il capriolo ferito e il cane stesso.

Ginevra dimostra da oltre cinquant'anni che questa catena non è necessaria. Guardiacaccia professionisti raggiungono un tasso di morte immediata del 99,5 per cento, senza alcuna caccia in tana, senza tane artificiali, senza eserciti di canili. Dove si lavora con competenza professionale anziché con lo svago del tempo libero, viene meno il motivo di quasi tutto ciò che è stato descritto qui. Non si tratta di un'utopia, bensì di una realtà cantonale vissuta, come si può leggere nel nostro articolo dedicato al divieto di caccia nel cantone di Ginevra.

Per questo servono tre cose: un divieto svizzero generale della caccia in tana e dell'addestramento su animali vivi, un obbligo vincolante di recupero con statistiche pubbliche sul successo, e un'applicazione coerente delle norme sul benessere animale nella detenzione dei cani. A medio termine, il modello ginevrino di gestione professionale della fauna selvatica indica la via d'uscita da un sistema che non previene la sofferenza animale, ma la amministra. Fino ad allora vale questo principio: chi apprezza davvero i cani da caccia non festeggia i loro esami, ma pone fine alla pratica che li costringe innanzitutto a questa esistenza.

Altro sul tema della caccia ricreativa: Nel dossier Ruolo e critica dei cacciatori ricreativi analizziamo la formazione, il potere e l'autopercezione dei cacciatori ricreativi. Le prove scientifiche sono raccolte nella panoramica Studi sugli effetti della caccia ricreativa.

Tutti gli articoli sono redatti dall'IG Wild beim Wild e da co-autrici e co-autori esterni. La ricerca, la strutturazione e i processi redazionali possono essere supportati da strumenti basati sull'IA.

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