4 settembre 2026, 05:35

Cerca

Caccia

«Bio Bio Plus» e altre leggende: ciò che l'intervista sulla caccia grigionese tace

Il presidente dei cacciatori per hobby grigionesi e un antropologo culturale tracciano sulla «Südostschweiz» un ritratto conciliante dell'alta caccia. Una verifica dei fatti su carne di selvaggina, regolazione e lupo.

Redazione Wild beim Wild — 4 settembre 2026
Audio dell'articolo

«Ciò che non trasmetto»

0:00 -0:00
Tutte le canzoni

In vista dell'alta caccia 2026 la caccia per hobby grigionese si mette in scena con toni marcatamente concilianti.

Il nuovo presidente dell'associazione dei cacciatori a patente e un antropologo culturale tracciano sulla «Südostschweiz» l'immagine di una caccia per hobby riflessiva e aperta al dialogo. Contemporaneamente l'associazione lancia un codice di condotta che esorta alla misura. Una verifica dei fatti mostra che tra retorica e pratica si apre un divario che nessuna intervista, per quanto amichevole, riesce a colmare.

È il periodo dell'anno in cui la caccia per hobby grigionese lotta per la propria immagine. A settembre si apre l'alta caccia e con essa comincia l'annuale offensiva comunicativa. Sulla «Südostschweiz» Benjamin Hefti, da maggio presidente dell'Associazione cantonale grigionese dei cacciatori a patente, e l'antropologo culturale Nikolaus Heinzer parlano di passione, cultura e della domanda su che cosa legittimi l'uccisione di animali selvatici. Il tono è riflessivo, la critica viene invitata e subito ricondotta entro certi limiti. Quasi in contemporanea l'associazione pubblica un codice venatorio che invoca rispetto, correttezza venatoria e un uso accorto delle immagini.

Petizione

Nessun abbattimento di linci in Vallese

La lince è geneticamente al limite, eppure il Vallese vuole essere il primo cantone svizzero a liberarne l'abbattimento.

Firma ora →

Le due cose vanno insieme. È lo stesso messaggio in due formati: la caccia per hobby sarebbe moderna cura della natura, sostenuta da responsabilità e autocritica. Chi guarda più da vicino riconosce però che le affermazioni centrali di questa narrazione non reggono a un esame sobrio. Ne smontiamo cinque.

Prima leggenda: lo sparo come momento di massima responsabilità

Il passaggio più impressionante dell'intervista riguarda lo sparo. Hefti descrive la visione a tunnel, la concentrazione, il sollievo dopo un buon colpo e la responsabilità che si porta in quei secondi, prima, durante e dopo aver premuto il grilletto. È una descrizione onesta dell'esigenza. Quanto spesso questa esigenza venga disattesa nella quotidianità lo dimostrano i recuperi, gli animali feriti perduti e le violazioni delle norme venatorie.

Un'analisi dei recuperi nel cantone dei Grigioni ha rilevato che solo circa il 57 per cento dei recuperi di selvaggina ferita si conclude con il ritrovamento e l'abbattimento dell'animale. In gran parte dei casi resta quindi aperta la domanda se e per quanto tempo gli animali feriti continuino a vivere o muoiano senza essere ritrovati. Una quotidianità venatoria senza ferimenti e recuperi non è in ogni caso la realtà. Già nella caccia da appostamento, il metodo abituale nell'alta caccia grigionese, secondo i dati empirici circa un colpo su dieci comporta un recupero. Il colpo «che siede», invocato dal cacciatore per hobby Hefti, è l'obiettivo dichiarato, non la normalità garantita.

Il quadro diventa ancora più chiaro se si guarda alla legalità. Secondo i dati dell'Ufficio grigionese per la caccia e la pesca, nel cantone si registrano anno dopo anno oltre mille denunce e multe a carico di cacciatori per hobby, con un valore record di 1384 nel 2017. Questo elevato numero di procedimenti e sanzioni documentati solleva interrogativi su controllo, rispetto delle regole ed esecuzione. Quanto sistematicamente fallisca al contempo il perseguimento penale dei reati venatori è documentato nel nostro Dossier sul bracconaggio e la criminalità venatoria in Svizzera.

E la responsabilità non finisce con la selvaggina. La caccia per hobby significa maneggiare armi letali in un paesaggio densamente utilizzato. Puramente in termini statistici, in Svizzera avviene un incidente di caccia ogni 29 ore, e proprio i Grigioni sono il cantone con il maggior numero di incidenti. Quante persone metta effettivamente in pericolo la caccia per hobby lo mostra la nostra Statistica degli incidenti di caccia mortali.

Tra la solenne autorappresentazione del tiratore responsabile e una realtà fatta di colpi falliti, animali feriti perduti e mille procedimenti annuali si apre un divario che nessuna intervista può colmare.

Seconda leggenda: la carne di selvaggina come «Bio Bio Plus»

Nell'intervista Benjamin Hefti propone un argomento che negli ambienti venatori fa parte del repertorio fisso: la carne di selvaggina sarebbe «Bio Bio Plus», più sostenibile di così non si può. Suona convincente, eppure è fuorviante.

A ciò si aggiunge un aspetto che la parola «bio» tende a mascherare. «Bio» non è una descrizione emotiva di una carne vicina alla natura, ma indica nel commercio alimentare standard di produzione controllati. La selvaggina proveniente dalla libera caccia per hobby non è un alimento automaticamente certificato secondo lo standard bio svizzero. La formula «Bio Bio Plus» non è quindi una prova di qualità, bensì marketing venatorio: suggerisce una qualità ecologica controllata che però non dimostra.

A ciò corrisponde la realtà sul terreno. La selvaggina comporta un rischio igienico specifico: tra lo sparo, il recupero spesso lungo, il trasporto, l'eviscerazione, la refrigerazione e l'eventuale controllo ufficiale possono trascorrere lassi di tempo considerevoli, durante i quali nel corpo dell'animale iniziano la coagulazione del sangue e la proliferazione batterica. Sarebbero quindi determinanti una catena del freddo documentata, un'eviscerazione eseguita a regola d'arte e una dichiarazione trasparente. Dal controllo capillare a cui è sottoposto ogni pezzo di carne proveniente dal macello, la cessione di selvaggina della caccia per hobby è ben lontana.

Chi vende la selvaggina come prodotto naturale particolarmente sano tace inoltre il fatto che la carne lavorata, quindi anche i salumi di selvaggina, la carne secca o il prosciutto di cervo affumicato, è classificata dall'agenzia dell'OMS per la ricerca sul cancro IARC come cancerogeno di gruppo 1, nella stessa categoria di evidenza del tabacco e dell'amianto. Ciò non significa che una fetta di salume di selvaggina sia pericolosa quanto l'amianto, poiché la classificazione descrive la solidità della prova scientifica e non l'entità del rischio. Significa però che il nesso tra carne lavorata e tumore del colon-retto è scientificamente accertato. Il che è in aperta contraddizione con la formula pubblicitaria «Bio Bio Plus».

Vendere come «Bio Bio Plus» un prodotto dal cui consumo un'autorità federale mette in guardia è ben più di un semplice marketing abbellito. L'Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria raccomanda infatti di consumare solo raramente la selvaggina abbattuta con munizione al piombo; i bambini fino a sette anni, le donne incinte, quelle che allattano e quelle che desiderano avere figli dovrebbero rinunciarvi del tutto a titolo precauzionale. È vero che i cacciatori grigionesi utilizzano ormai in prevalenza munizioni prive di piombo per gli ungulati e che dal febbraio 2025 le munizioni a palla contenenti piombo sono in linea di principio vietate per gli artiodattili. Ma il cambio di materiale non risolve il problema di fondo. Ogni colpo porta metallo nell'animale e nel paesaggio. Con il piombo è la carne stessa a essere colpita, perché il proiettile si frammenta e particelle finissime, quasi invisibili, penetrano in profondità nei tessuti. I proiettili in rame si frammentano meno, ma uno studio dell'Università tecnica di Monaco mostra che i pallini privi di piombo in rame e zinco possono risultare persino più tossici del piombo per gli organismi acquatici. Che sia nella carne oppure nel suolo e nell'acqua: la caccia distribuisce metalli pesanti, può spostare il problema, non eliminarlo. La selvaggina è quindi ben lontana dall'essere un prodotto naturale privo di residui.

Quanto sia profondo il problema e perché la politica e la lobby della caccia mantengano in vita con termini transitori un veleno noto da tempo lo mostra il nostro dossier su Il piombo nella caccia, la nostra analisi su Selvaggina e rischi per la salute nonché il nostro Fact check sull'opuscolo di JagdSchweiz.

Terza leggenda: la caccia per hobby riporta il bosco in equilibrio

L'argomento più forte della caccia per hobby è la regolazione degli effettivi. Hefti richiama lo stress da densità con 16’000-17’000 cervi, e anche Heinzer ammette che, verso l'esterno, la regolazione è l'argomento principale a favore della caccia. Il cantone annuncia con orgoglio che dal 2020 la popolazione di cervi è stata ridotta del 17 per cento.

I dati sono corretti. Dal 2020 la popolazione di cervi è stata ridotta del 17 per cento, ossia di 2805 capi. Ma la narrazione che vi sta dietro è un ragionamento circolare. La stessa riduzione che viene venduta come un successo dei cacciatori coincide infatti esattamente, dal punto di vista temporale, con il ritorno del lupo e della lince. Lo stesso Ufficio per la caccia e la pesca ammette che nelle regioni con branchi di lupi il tasso di incremento dei cervi diminuisce. Chi ha davvero regolato, dunque?

Ancora piu rivelatore e un altro meccanismo: la caccia speciale. Per la caccia 2026 il piano di abbattimento cantonale prevede l'abbattimento di 4616 cervi. Anno dopo anno vengono abbattuti tra i 4000 e i 5000 cervi, e ciononostante il cantone ordina regolarmente cacce speciali. Le cacce speciali dimostrano che l'alta caccia da sola non raggiunge regolarmente gli obiettivi cantonali di consistenza e struttura, o non li raggiunge in modo sufficientemente preciso. Nel corso dei decenni non e riuscita a portare autonomamente le popolazioni a un livello compatibile con il bosco. Con il ritorno di lupo e lince si e aggiunto un ulteriore fattore di regolazione naturale. L'Ufficio per la caccia e la pesca ammette esso stesso che nelle regioni con branchi di lupi il tasso di incremento dei cervi diminuisce.

Cosi vacilla l'argomento principale. Il calo non puo essere attribuito genericamente alla sola caccia per hobby. La predazione naturale da parte di lupo e lince, gli abbattimenti supplementari disposti dalle autorita, la pressione venatoria, gli spostamenti e la riproduzione dovrebbero essere indicati separatamente, prima che i cacciatori rivendichino il successo per se stessi. Come essi riescano comunque a vendere questo effetto come prova della propria indispensabilita lo documentiamo nell'analisi I Grigioni segnalano popolazioni di cervi in calo.

E anche se si volesse accettare l'argomento della regolazione per il cervo, esso non regge per il resto della caccia. Perche si spara ben oltre gli ungulati. Nella caccia bassa e nella posta i cacciatori per hobby grigionesi abbattono volpi, tassi, martore, lepri e uccelli, specie per le quali non si puo certo parlare di stress da densita nel bosco. Significativamente, un ex presidente dell'associazione grigionese dei cacciatori a patente, Robert Brunold, ha definito pubblicamente la caccia bassa come non necessaria, ma legittima. Con cio l'argomento della regolazione e stato liquidato, per una parte considerevole della caccia per hobby, dalla stessa associazione mantello. Resta quello che anche Heinzer ammette: si caccia perche lo si fa volentieri.

Per i predatori l'argomento non regge comunque. La loro caccia non puo essere giustificata con la brucatura nel bosco, poiche volpi, martore e tassi non mangiano germogli di alberi. Le loro funzioni ecologiche nelle reti trofiche, come il controllo di piccoli mammiferi e roditori, vengono completamente ignorate nell'intervista. Chi le caccia regolarmente interviene proprio in quella regolazione naturale a cui la caccia per hobby si appella in altre occasioni.

Quarta leggenda: il lupo verrebbe cacciato solo quando «causa danni» e in modo misurato

Sul lupo Hefti assume toni da statista. Il lupo, fino a un certo numero, avrebbe la sua legittimità, ma gli animali che causano danni andrebbero cacciati con coerenza. Ciò che nell'intervista resta taciuto: Hefti parla in quanto granconsigliere UDC e agricoltore, dunque da una posizione con un interesse diretto a una debole presenza del lupo.

Ma soprattutto, la formula «lupi che causano danni» è una cortina fumogena. Suona come una reazione mirata a singoli animali che, nonostante un'efficace protezione delle greggi, predano ripetutamente animali da reddito. La prassi autorizzata va però ben oltre. Per il periodo di regolazione 2025/26 nei Grigioni è stato consentito abbattere, in tutti i branchi con riproduzione confermata, fino a due terzi dei cuccioli, e ciò in modo proattivo, prima che si verifichino danni rilevanti. Il punto decisivo non è se un giovane animale potrebbe ipoteticamente causare danni in futuro, bensì che la normativa interviene proprio prima che siano dimostrati danni rilevanti.

Quanto ciò sia lontano da una difesa mirata dai danni lo mostra la selezione dei branchi. Interessato è stato ad esempio il branco della Muchetta, che per anni ha vissuto in modo appartato senza causare danni particolari. Alla fine della stagione il cantone ha tirato le somme: 18 lupi durante la regolazione dei giovani in sette branchi, altri 14 con il prelievo di tre interi branchi, più tre lupi solitari, in totale 35 animali uccisi. E la prassi prosegue. Per il periodo a partire da settembre 2026 i Grigioni confermano espressamente la regolazione proattiva.

Anche la posizione apparentemente equilibrata dell'antropologo culturale non regge. Nikolaus Heinzer afferma che non esiste il numero oggettivo di quanti lupi si possano tollerare; sarebbe una negoziazione sociale. Questo coglie la questione politica di quanti lupi una società tolleri. Ma confonde quella biologica, che invece è ben studiata. I lupi vivono in territori rigidamente delimitati, nei quali un branco non tollera animali estranei oltre alla propria prole. I giovani lupi si disperdono attorno ai due anni e cercano un proprio territorio, spesso percorrendo grandi distanze attraverso l'Europa. Territorialità, disponibilità di prede, dispersione e dinamiche sociali limitano la crescita di una popolazione di lupi in uno spazio circoscritto. Da ciò non consegue che ogni regolazione sia inefficace, bensì che la sua necessità e il suo effetto andrebbero dimostrati, invece di presentarli come una semplice questione di opinione.

Che non si tratti di prevenzione di danni acuti lo dimostra anche l'andamento delle predazioni. Dopo un picco nel 2022 con 1789 predazioni, quelle attribuite al lupo sono gia diminuite nel 2023 di circa il 40 per cento a livello svizzero e di quasi il 50 per cento nei Grigioni, e questo prima che la regolazione preventiva iniziasse il 1° dicembre 2023. Il calo e dunque cominciato prima dell'avvio della regolazione proattiva. I dati smentiscono quindi l'affermazione secondo cui sarebbe stata la sola regolazione a provocarlo. Essa segue piu un'aspettativa politica che una necessita dimostrata.

Quanto questo sistema sia inoltre soggetto a errori lo mostra un caso particolarmente amaro: nei Grigioni, durante la caccia al lupo, sono state uccise tre linci, anch'esse protette. L'inquadramento e fornito dal nostro Dossier sul lupo in Svizzera nonche dall'analisi sugli abbattimenti proattivi di lupi nei Grigioni.

Quinta leggenda: «Una delle piu grandi associazioni di protezione della natura»

Hefti si presenta nel modo piu sicuro di se quando reinterpreta la caccia per hobby come protezione della natura: oltre 25’000 ore di cura del territorio all'anno, per piantumazioni di alberi, superfici di pascolo, promozione degli anfibi. I cacciatori sarebbero una delle piu grandi associazioni di protezione della natura del cantone, non si tratterebbe soltanto dei 21 giorni di caccia in autunno.

La cifra suona imponente, ma a uno sguardo piu attento si riduce a puro simbolismo. La caccia a patente grigionese conta infatti oltre 5000 cacciatori. Venticinquemila ore distribuite su tante teste danno circa cinque ore a persona all'anno. Per confronto: il cantone Giura impone ai suoi cacciatori per hobby una giornata di cura del territorio prevista per legge di otto ore. Un'unica giornata di lavoro obbligatoria nel Giura supera quindi nettamente la prestazione annua volontaria pro capite dei Grigioni.

A cio si aggiunge un'obiezione strutturale. Nel Giura l'obbligo e attribuito individualmente ed e verificabile. Nei Grigioni manca qualsiasi rilevamento paragonabile. Le 25’000 ore sono un'affermazione dell'associazione, non un valore documentato. E poiche la caccia a patente non conosce un sistema di riserve in cui singoli cacciatori per hobby siano responsabili di una determinata superficie, questa cura del territorio non puo essere attribuita ne a una persona ne a un'area. E un indicatore per l'opinione pubblica, non un contributo verificabile alla protezione della natura.

Ma soprattutto, la cura della natura non è un merito che appartiene alla sola caccia per hobby. Quanto poco spettacolare sia una vera cura della natura, disinteressata, lo dimostra il Bergwaldprojekt, una fondazione di pubblica utilità con sede a Trin, nei Grigioni. Solo nel 2024, in tutta la Svizzera, circa 2900 volontari hanno prestato oltre 14’000 giornate di lavoro nel bosco di montagna, nell'ordine di circa 100’000 ore di lavoro all'anno. Queste persone piantano, costruiscono opere di protezione e curano il bosco senza licenza di caccia e senza alcuna contropartita. La caccia per hobby, invece, lega indissolubilmente la propria «cura» al proprio piacere: chi cura acquisisce la patente e in autunno può uccidere. Non si tratta di un servizio gratuito reso alla collettività, bensì di parte di uno scambio al cui termine sta il proprio abbattimento. Chi vuole vedere una cura della natura autentica e disinteressata la trova presso coloro che non chiedono nulla in cambio.

Quanto la caccia per hobby si definisca attraverso la propria immagine anziché attraverso la propria pratica lo mostra proprio lo sguardo oltre il confine cantonale nella nostra analisi «L'immagine è il prodotto, non la pratica».

La messa in scena dell'equilibrio

Il vero trucco dell'intervista non sta nelle singole affermazioni, bensì nel suo impianto. Promette «prospettive diverse», ma assegna la controparte a un antropologo culturale che egli stesso ammette: «Quanto occorra effettivamente regolare non posso dirlo, non sono un ecologo.» È un'affermazione onesta, ma smaschera la costruzione. Perché così il presidente dell'associazione, un rappresentante di interessi con un interesse proprio politico e materiale, si trova di fronte a un antropologo culturale e non a uno specialista in grado di verificare le sue affermazioni.

Ciò che manca davvero sono le voci che conterebbero: una biologia della fauna selvatica indipendente sulla questione se e quanta regolazione sia necessaria; l'ecologia forestale sul ruolo della crisi climatica, dell'economia forestale e della pressione del tempo libero nei «danni da selvaggina»; il benessere animale sulla domanda se la riduzione della sofferenza giustifichi un'uccisione; la protezione delle greggi invece del solo allevamento di animali da reddito e della caccia. Così non nasce un dibattito, ma un'autodichiarazione della caccia per hobby moderata con cortesia, alla quale non contraddice nessuno che sarebbe in grado di farlo sul piano tecnico.

Il codice che si smaschera da sé

L'aspetto più rivelatore è il codice di condotta che l'associazione presenta parallelamente all'intervista e che Hefti stesso menziona. Dovrebbe fissare dei «paletti» e mostrare quanto sia moderna e responsabile la caccia per hobby. In realtà dice più di quanto intendesse.

Il codice stabilisce infatti che immagini sensazionalistiche, rappresentazioni inutilmente messe in scena di selvaggina abbattuta o contenuti che degradano gli animali contraddicono i principi di una caccia moderna e rispettosa delle regole venatorie. Un simile monito non viene formulato nel vuoto. Il codice non è la prova di un abuso generalizzato, ma è l'ammissione che l'associazione percepisce autorappresentazioni e immagini problematiche provenienti dalle proprie file come un reale rischio reputazionale. Non è l'esistenza di regole a dimostrare responsabilità, bensì il loro rispetto, controllo e sanzionamento.

Il cerchio si chiude così. Il problema di questa intervista non è che un cacciatore per hobby parli di responsabilità, esperienza della natura o dubbi. Simili esperienze possono essere sincere. Problematico è che il giornale ne faccia quasi un esame della caccia per hobby, senza occupare le posizioni di verifica decisive.

Chi dice «Bio Bio Plus» deve parlare di munizioni e di sicurezza alimentare. Chi dice protezione del bosco deve considerare anche crisi climatica, selvicoltura, pressione venatoria e predatori naturali. Chi dice «lupi che causano danni» deve spiegare perché i Grigioni uccidono proattivamente giovani esemplari prima che si verifichino danni rilevanti. Chi parla di rispetto delle regole venatorie non può ignorare i recuperi, i capi feriti e persi e l'elevato numero di procedimenti e sanzioni in materia di caccia documentati.

L'associazione dei cacciatori a patente grigionese vuole presentare la caccia per hobby come moderna cura della natura. I fatti mostrano un quadro più contraddittorio: una pratica del tempo libero con un notevole rischio di uccisione e sofferenza, con interessi politici propri, con questioni ambientali e sanitarie aperte e con una regolazione la cui necessità non può essere dimostrata attraverso l'autodescrizione.

Che si possa procedere anche diversamente lo dimostra il cantone di Ginevra. Nel 1974 ha abolito la caccia privata per hobby tramite votazione popolare e da allora affida la regolazione della fauna selvatica a guardiacaccia formati e impiegati dallo Stato. Da oltre cinquant'anni funziona lì un modello che separa la regolazione dal piacere ricreativo, dall'interesse personale e dalla politica associativa.

Un dialogo alla pari non comincia da un'immagine migliore. Comincia là dove la caccia per hobby fa verificare le proprie affermazioni in modo indipendente.

Maggiori informazioni sul tema:

Maggiori informazioni sul tema della caccia per hobby: Nel dossier Ruolo e critica dei cacciatori per hobby analizziamo la formazione, il potere e l'autopercezione dei cacciatori per hobby.

Tutti i contributi sono redatti dall'IG Wild beim Wild e da co-autrici e co-autori esterni. La ricerca, la strutturazione e i processi redazionali possono essere supportati da strumenti basati sull'intelligenza artificiale.

Sostieni il nostro lavoro

Con la tua donazione aiuti a proteggere gli animali e a dare voce a chi non ne ha.

Dona ora