Nuova legge sulla caccia in Bassa Sassonia: progressi e passi indietro
La nuova legge sulla caccia della Bassa Sassonia porta veri progressi per il benessere animale, ma indebolisce il controllo statale sulla caccia per hobby. Un'analisi dal punto di vista svizzero.
Il 23 giugno 2026 la Bassa Sassonia ha approvato una nuova legge sulla caccia.
La ministra competente Miriam Staudte (Verdi) la presenta come «più benessere animale, meno burocrazia». Uno sguardo più attento mostra: entrambe le cose sono in parte vere, ed entrambe hanno un rovescio della medaglia. La legge porta veri progressi rilevanti per il benessere animale, ma in altri ambiti indebolisce il controllo statale sulla caccia per hobby. Un'analisi dal punto di vista svizzero.
I progressi: cosa migliora davvero
Diversi punti della legge sono dal punto di vista della protezione della fauna attesi da tempo e meritano riconoscimento. L'impiego di cani nelle tane naturali, la cosiddetta caccia in tana a volpi e tassi, viene vietato. La motivazione del ministero è notevolmente esplicita: in questa forma di caccia sussiste un elevato rischio di lesioni per i cani e per gli animali cacciati; i cani da tana dovevano essere ripetutamente disseppelliti e scavati, distruggendo nel contempo habitat naturali. È esattamente ciò che le organizzazioni per il benessere animale criticano da anni.
Inoltre, i dispositivi a cattura mortale vengono in linea di principio vietati, con un'unica eccezione. Le trappole a cattura viva potranno essere utilizzate a partire dal 2028 solo con segnalatori digitali, per ridurre il tempo di stress dell'animale catturato. I cani randagi che cacciano non potranno più essere abbattuti, ma solo catturati. L'uccisione di gatti randagi viene limitata. E particolarmente significativo: i recinti di caccia per la caccia commerciale saranno aperti dopo un periodo transitorio di cinque anni, perché secondo il ministero non sono «né conformi alla deontologia venatoria né al passo con i tempi», un'ammissione che proviene persino da ambienti venatori.
Anche per quanto riguarda l'Educazione si interviene migliorando: finora l'esame di caccia era possibile senza un previo corso di formazione, in futuro questo sarà obbligatorio. E per quanto riguarda il salvataggio dei caprioletti i titolari del diritto di esercizio della caccia dovranno in futuro tollerare che le misure di salvataggio vengano effettuate anche dai gestori delle superfici, qualora i cacciatori stessi rimangano inattivi.
Il rovescio della medaglia: dove si perde il controllo
Sotto l'etichetta di «riduzione della burocrazia» si nascondono però anche misure che indeboliscono il controllo statale sulla caccia per hobby. Il punto centrale: i piani di abbattimento per i caprioli, finora da redigere annualmente, vengono aboliti, secondo il ministero a causa della loro «scarsa capacità informativa e di controllo». In futuro vale la «responsabilità individuale dei proprietari terrieri nonché degli affittuari di caccia».
Notevole è la contraddizione: per quanto riguarda la formazione lo Stato si fa finalmente più severo con un corso obbligatorio, mentre nel controllo delle popolazioni selvatiche si ritira contemporaneamente e punta sull'autogestione della caccia per hobby.
Importante per inquadrare la questione: ciò riguarda solo i caprioli. Per i cervi, ovvero il cervo nobile, e per i daini i piani di abbattimento restano in vigore, ora di norma come piani triennali. Viene quindi a mancare in modo mirato la pianificazione per la specie di ungulati più diffusa e più cacciata. Le associazioni per il benessere animale avvertono: in questo modo aumenta il rischio che le popolazioni di caprioli crollino localmente in singole riserve, perché non esistono più indirizzi vincolanti delle autorità.
Viene inoltre soppresso l'obbligo della mostra dei trofei, ovvero il controllo da parte delle autorità degli animali abbattuti. E con il nuovo obbligo di tolleranza della nutria i titolari di riserve possono essere costretti a tollerare la caccia da parte di terzi, motivata con la protezione contro le piene.
Quanto sia rischioso voler gestire la regolazione degli ungulati unicamente attraverso piani di abbattimento e responsabilità individuale dei cacciatori lo dimostra proprio il cantone dei Grigioni. Lì gli abbattimenti di cervi sono stati massicciamente aumentati a partire dagli anni Trenta del Novecento – da poche centinaia a oggi regolarmente diverse migliaia di animali all'anno, senza che le popolazioni si siano stabilizzate su un livello compatibile con il bosco. Il bosco di protezione continua a soffrire, mentre le autorità cercano di realizzare i propri piani malriusciti con sempre nuove cacce speciali e metodi di caccia tecnologizzati.
Nel Parco Nazionale Svizzero, dove non operano cacciatori per hobby, le popolazioni di cervi si sono invece regolate su un livello ampiamente stabile sotto sorveglianza scientifica e senza piani di abbattimento. Il confronto suggerisce: sparare di più non sostituisce un controllo ecologico coerente e tanto meno la responsabilità dello Stato di fissare indirizzi chiari, anziché lasciare la gestione delle popolazioni alla caccia per hobby.
Il lupo: dalla protezione della natura al diritto venatorio
La parte politicamente più esplosiva riguarda il lupo. Dal 2 aprile 2026 il lupo in Germania è soggetto al diritto venatorio federale. La Bassa Sassonia trasferisce la competenza per la gestione del lupo dai circondari all'autorità venatoria superiore presso il Ministero dell'agricoltura. L'obiettivo dichiarato: poter reagire agli eventi dannosi «in modo rapido, giuridicamente sicuro e senza burocrazia con prelievi mirati».
È la stessa logica che plasma anche in Svizzera la politica venatoria dal 2023: il predatore viene ridefinito da animale selvatico protetto a fattore di danno gestibile, le soglie per gli abbattimenti vengono abbassate, la decisione viene avvicinata agli interessi venatori. Il fatto che ciò avvenga parallelamente a veri progressi nel benessere animale lo rende politicamente abile, ma non meno problematico.
Cosa può imparare la Svizzera da tutto questo
Per la Svizzera la legge della Bassa Sassonia è istruttiva sotto due aspetti. In primo luogo, il divieto della caccia in tana dimostra che i metodi di caccia contrari al benessere animale sono politicamente abolibili, se c'è la volontà. È esattamente ciò che il benessere animale svizzero chiede da anni per la caccia in tana nostrana. In secondo luogo, l'abolizione dei piani di abbattimento del capriolo mette in guardia dal rinunciare al controllo statale in nome dello smantellamento della burocrazia.
In Svizzera i cantoni approvano autonomamente la pianificazione degli abbattimenti per gli ungulati, la Confederazione tramite l'UFAM è competente solo per le specie protette come lupo e lince. Quanto sia efficace questa pianificazione lo dimostra i Grigioni: il più grande cantone del cervo pianifica l'abbattimento di quasi 5’000 cervi per stagione e riduce il piano di abbattimento per gli animali femmine laddove i branchi di lupi attenuano naturalmente il tasso di riproduzione. Nell'Appenzello Esterno il Consiglio di Stato stabilisce ogni anno cifre precise, per il 2026/27 circa 594 caprioli in tre distretti. Questo controllo non è un'inutile macchinazione burocratica, bensì la cerniera tra il monitoraggio della fauna selvatica e la pratica venatoria.
La lezione per la Svizzera è quindi duplice: adottare i progressi nel benessere animale come il divieto della caccia in tana, evitare invece l'indebolimento del controllo statale sulle popolazioni. Chi vuole gestire responsabilmente le popolazioni di animali selvatici ha bisogno di paletti istituzionali, non di un'autogestione da parte della caccia per hobby.
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