Spilamberto vieta la caccia ricreativa: la sicurezza prima della lobby della caccia
Spilamberto, provincia di Modena. Nel settembre 2024 una donna viene ferita da un colpo d'arma da fuoco nel proprio giardino.
Non nel bosco, non lontano dalle abitazioni, ma nello spazio privato, là dove le persone devono potersi sentire al sicuro.
In seguito, il sindaco emana un'ordinanza che vieta la caccia ricreativa su gran parte del territorio comunale, con esplicito riferimento alla sicurezza pubblica.
Chi ora risponde per riflesso «incidente» si accomoda su una posizione comoda. Un incidente è una caduta dalle scale. Qui si parla di armi da fuoco nelle vicinanze di zone residenziali. E di un sistema che viene considerato accettabile finché qualcuno non sanguina.
Le distanze di sicurezza non sono una raccomandazione, sono il minimo indispensabile
La legislazione venatoria italiana contiene divieti espliciti, tra cui quello di sparare in direzione di edifici da meno di 150 metri, a seconda dell'arma utilizzata. LAV sottolinea che nel caso di Spilamberto sarebbero state violate proprio queste distanze minime. È questo il punto che i sostenitori della caccia preferiscono ignorare: anche quando esistono norme, la sicurezza della collettività dipende dal fatto che tutti i soggetti coinvolti agiscano correttamente in ogni momento. Chi ritiene ciò realistico non ha compreso la realtà umana.
La verità è scomoda: il rischio venatorio viene scaricato sugli estranei
La caccia ricreativa viene spesso presentata come «regolazione delle popolazioni» e venduta come servizio necessario alla società. Nella pratica, tuttavia, è la società a sopportarne il rischio: escursionisti, residenti, bambini, animali domestici. Spilamberto non è dunque «un caso isolato deplorevole», ma un esempio di ciò che accade quando un'attività ricreativa pericolosa si avvicina alle persone — sul piano territoriale e politico — più di quanto qualsiasi onesta valutazione del rischio possa consentire.
Quando i comuni agiscono, la lobby della caccia mostra il suo vero volto
Degna di nota non è solo l'ordinanza, ma anche il prevedibile eco proveniente dagli ambienti vicini alla caccia, che si mobilitano contro la rappresentazione delle organizzazioni per la protezione degli animali e contro il divieto.
Lo schema è sempre lo stesso: invece di parlare prima di sicurezza, si litiga prima per il controllo dell'interpretazione. Come se l'immagine della caccia per hobby fosse più importante dell'incolumità di persone e animali.
Spilamberto stabilisce uno standard valido anche al di fuori dell'Italia
La domanda centrale è: perché deve prima essere ferita una persona prima che la politica faccia l'ovvio? Un divieto di caccia nelle zone sensibili non è un atto radicale. Radicale è la normalizzazione degli spari in spazi vitali dove le famiglie vivono, giocano e si riposano.
Spilamberto ha fatto qualcosa che altrove viene considerato «impossibile»: ha stabilito la giusta priorità. La sicurezza e la protezione della vita prima dell'interesse venatorio di una minoranza.
Cosa sarebbe necessario ora
Non solo a Spilamberto, ovunque:
- Zone vietate alla caccia attorno a insediamenti, sentieri, scuole e aree ricreative
- Controlli sistematici, segnalazione trasparente degli incidenti
- Onestà politica: la caccia per hobby non è un'innocua tradizione, ma una pratica rischiosa con conseguenze letali per gli animali e potenzialmente anche per le persone
Spilamberto non è un caso isolato. È un segnale d'allarme. Ed è un esempio del fatto che non è necessario aspettare che la prossima persona venga colpita nel proprio giardino. In Svizzera la statistica degli incidenti di caccia mortali documenta uno schema simile.
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