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Caccia

Come i portali di caccia per hobby si autocelebrano e cosa rimane delle loro affermazioni sulla protezione della natura

L'Europa è nel mezzo di una crisi della caccia: il lupo viene nuovamente reso cacciabile, gli uccelli migratori dovrebbero essere abbattuti nonostante popolazioni fragili, la caccia per hobby ai trofei è in espansione.

Redazione Wild beim Wild — 26 marzo 2026

Contemporaneamente i cacciatori per hobby si presentano nei loro portali come «spina dorsale della protezione della natura».

Chi legge solo questi portali potrebbe pensare che senza i cacciatori per hobby la natura sarebbe irrimediabilmente perduta. Uno sguardo dietro i titoli mostra tuttavia: si tratta di un sistema PR autoreferenziale che contribuisce a causare problemi che poi utilizza per legittimare se stesso.

Approfondimenti: Il lupo in Europa: perché la caccia per hobby non è una soluzione e La caccia per hobby inizia alla scrivania.

«L'influenza positiva dei cacciatori per hobby sulla natura» – una narrativa fa carriera

Il 24 marzo 2026 il portale italiano «Caccia Passione» pubblica un contributo sul presunto «impatto positivo» dei cacciatori per hobby europei sulla natura. Il fondamento è il «Manifesto della Biodiversità» di FACE, l'organizzazione ombrello delle associazioni venatorie europee, che presenta i cacciatori per hobby come conservatori attivi della natura: non solo utilizzatori, ma custodi della biodiversità.

La struttura argomentativa è sempre la stessa: dapprima vengono identificati problemi reali – danni da cinghiali, rischi per il traffico, conflitti nell'uso del territorio, crisi climatica. Poi si suggerisce che questi problemi siano irrisolvibili senza i cacciatori per hobby; la caccia ricreativa appare come «strumento» indispensabile della gestione della fauna selvatica. Infine si afferma che la caccia ricreativa sia di per sé sostenibile, perché «regolamentata» e perché i cacciatori per hobby sostengono singoli «progetti di conservazione».

Ciò che manca sistematicamente in questa narrazione è il contesto strutturale: che le sovrappopolazioni di certe specie come il cinghiale sono fortemente collegate all'agricoltura intensiva, all'alimentazione supplementare, alle monoculture di mais, alla mancanza di predatori e alle pratiche venatorie. Che molti «problemi di gestione» sono conseguenza di decisioni politiche elaborate precisamente sui bisogni della caccia ricreativa. E che la caccia per hobby – soprattutto sotto forma di caccia ai trofei, ricreativa e in riserve recintate – causa essa stessa considerevoli costi ecologici ed etici che non si possono eliminare con singoli progetti di cassette nido.

Nel dossier La caccia per hobby inizia alla scrivania viene mostrato dettagliatamente quanto lavoro amministrativo, di lobby e di cura narrativa sia necessario per mantenere questa immagine positiva di sé.

Ecologia di patronato: quando i cacciatori per hobby prima inquinano e poi «puliscono»

Un esempio eloquente di questa logica PR è l'azione «I cacciatori per l'ambiente» a Giffone (Calabria), che Caccia Passione celebra come «13° giornata ecologica dell'Operazione Paladini del Territorio». I cacciatori per hobby raccolgono bossoli vuoti, scattano foto e si presentano come modelli di tutela ambientale.

Nel piccolo può essere positivo quando i rifiuti vengono rimossi dal paesaggio. Nel quadro generale si tratta però di ecologia di patronato – ovvero di azioni ambientali simboliche con cui gli attori si celebrano per problemi a cui la loro pratica partecipa in modo determinante. Annualmente milioni di pallini e proiettili finiscono nei suoli, nelle acque e nelle zone umide, con documentati carichi inquinanti di piombo e altri metalli. Disturbi su vasta scala dovuti alla caccia ricreativa – rumore, cani, battute di caccia – colpiscono indiscriminatamente specie non target, dai nidificatori al suolo ai grandi mammiferi. Le «azioni di pulizia» non cambiano nulla di questi problemi fondamentali; forniscono soltanto immagini che lucidano l'immagine della caccia per hobby.

Invece di andare sistematicamente alle cause – divieto del piombo, controlli rigorosi, limitazione dei periodi di caccia, zone di quiete su larga scala, vigilanza venatoria indipendente – la responsabilità si sposta nella politica simbolica delle associazioni di cacciatori per hobby. Chi prima inquina e poi pulisce con effetto PR, non attua una svolta ecologica, ma limitazione dei danni per la propria immagine. La letteratura scientifica sugli impatti della caccia ricreativa sulla fauna selvatica documenta eloquentemente questi nessi.

«Progetto Mallard»: conservazione delle specie o ottimizzazione degli abbattimenti?

Ancora più evidente diventa lo squilibrio nel trattamento dell'avifauna acquatica. Sotto il titolo «Cacciatori migratori acquatici» Caccia Passione riferisce del «Progetto Mallard» dell'ACMA (Associazione Cacciatori Migratori Acquatici) nella regione Marche. L'ACMA installa nidi artificiali per germani reali nelle zone umide e descrive il progetto come misura per la «tutela e monitoraggio» della specie e per la promozione della biodiversità.

Secondo la descrizione del progetto, questo dovrebbe aumentare il tasso riproduttivo delle anatre selvatiche, proteggere i nidi dalla predazione da parte di corvidi e volpi e rafforzare a lungo termine la fauna migratoria nella regione. Al tempo stesso si tratta però di una classica manipolazione delle popolazioni a favore di un animale selvatico cacciabile da parte esattamente di quei gruppi che successivamente cacciano questi animali.

Attraverso nidi artificiali, controllo dei predatori – caccia mirata di corvidi e volpi – e sostegno locale delle popolazioni viene aumentata la biomassa «utilizzabile venatoriamente». Il ruolo ecologico dei predatori, le complesse reti trofiche e la funzione complessiva delle zone umide vengono ridotti alla questione di quanti «capi» siano disponibili per stagione. Non si può parlare di vera protezione delle specie nel senso di protezione dall'utilizzo; piuttosto si tratta di un utilizzo più intensivo sotto etichetta verde.

La comunicazione venatoria vende tali progetti come «protezione della natura» – ma nasconde sistematicamente che il vero obiettivo protezionistico sarebbe non sparare a questi animali. Dal punto di vista della protezione della fauna selvatica è contraddittorio promuovere con impegno una specie per poi ucciderla sistematicamente.

Associazione venatoria tedesca: «Il lupo nel diritto venatorio» come storia di successo

Mentre i portali italiani limano la facciata «protezione della natura», l'Associazione venatoria tedesca (DJV) celebra apertamente le vittorie politiche. Il 5 marzo 2026 l'associazione pubblica il comunicato «Il Bundestag vota per il lupo nel diritto venatorio». Il tenore: il Bundestag ha votato a grande maggioranza per l'inclusione del lupo nel diritto venatorio. Con la modifica della legge federale sulla caccia sarebbero state create le premesse per «prelevare lupi problematici in modo non burocratico e veloce» e per praticare una «gestione attiva delle popolazioni». I rappresentanti DJV hanno parlato di un «grande successo di politica associativa».

Il fatto che sia diventato possibile dichiarare nuovamente il lupo come specie cacciabile dipende direttamente dalla declassificazione del suo status di protezione nella Convenzione di Berna e dalle successive decisioni UE – una rottura politica degli argini contro cui molti biologi e organizzazioni per la protezione della natura avevano messo in guardia. La lobby venatoria cerca ora di vendere questo passo indietro come «gestione delle popolazioni» modernizzata. Come questo tema venga concretamente implementato in Germania, Wild beim Wild lo ha già documentato.

È evidente quello che manca nella comunicazione DJV: una rappresentazione trasparente dell'effettivo stato di conservazione della popolazione, della situazione genetica e del ruolo del lupo negli ecosistemi. Un'analisi onesta costi-benefici delle misure di protezione del bestiame rispetto alla caccia per hobby, inclusa la questione se gli abbattimenti riducano davvero i conflitti. E soprattutto: la prospettiva degli stessi animali selvatici. I lupi appaiono solo come risorsa da amministrare o come problema, non come esseri senzienti con propri interessi.

I portali della caccia per hobby come macchina di normalizzazione

Oltre ai grandi temi – lupo, predatori, zone umide – i portali dei cacciatori per hobby svolgono un'altra funzione: normalizzano la caccia per hobby come routine quotidiana. Siti web come il «Deutsche Jagdportal» o le sezioni news delle associazioni nazionali sono pieni di notizie su licenze di caccia, formazione continua, competizioni di tiro e anniversari associativi.

Temi politicamente esplosivi – caccia per hobby ai trofei, caccia in recinto, lupo, lince, orso, divieto del piombo – vengono sì trattati, ma inseriti in un linguaggio della routine amministrativa: «audizione in commissione», «implementazione dell'accordo di coalizione», «adeguamenti necessari al diritto UE». Sempre con il sottinteso che la protezione della natura sia sì fastidiosa, ma gestibile attraverso un'abile attività di lobby.

Questi portali creano così un'impressione di inevitabilità: la caccia per hobby appare come una costante naturale, non come un hobby politicamente voluto che potrebbe essere limitato o abolito in qualsiasi momento. È proprio qui che interviene la prospettiva critica della caccia: la caccia per hobby non è una legge naturale, ma il risultato di legislazione e lobbying. La «normalità» della caccia per hobby viene prodotta amministrativamente – attraverso licenze di caccia, contratti di affitto, strutture associative, esami, corsi di formazione, PR e lavoro sui media. La questione se sia ancora legittimo uccidere animali selvatici per «passione» alla luce degli standard etici attuali e delle sfide ecologiche, viene deliberatamente esclusa dal discorso dei cacciatori per hobby.

Come FACE a Bruxelles e l'industria venatoria europea promuovano questa normalizzazione a livello UE, è ampiamente documentato.

FACE e il «Manifesto della Biodiversità»: la scienza come scenario

Su molti di questi portali aleggia la strategia comunicativa di FACE, l'organizzazione europea di coordinamento delle associazioni venatorie. Nel loro «Manifesto sulla Biodiversità» e nel «FACE Report» cercano di posizionare la caccia per hobby come contributo indispensabile all'attuazione degli obiettivi internazionali di biodiversità.

I messaggi chiave: i cacciatori per hobby sarebbero «manager della biodiversità» che curano gli habitat, conducono monitoraggi e controllano le specie invasive. I processi internazionali come AEWA, CITES e la strategia UE per la biodiversità vengono inquadrati in modo che l'«uso sostenibile» – cioè la caccia per hobby – stia come pilastro equivalente accanto a protezione e ripristino. Le voci critiche delle organizzazioni per la protezione degli animali e della natura vengono screditate come «ideologiche», «lontane dalla realtà» o «alienate dalla città».

Il problema non è che i cacciatori per hobby non raccolgano dati o non attuino singole misure di cura biotopica – lo fanno certamente. Il problema è che queste attività vengono strumentalizzate nella comunicazione per legittimare una pratica completamente diversa: l'uccisione di animali selvatici motivata dal tempo libero, inclusa la caccia ai trofei per hobby, la caccia recintata e la gestione intensiva della selvaggina minore.

Dal punto di vista della protezione della fauna selvatica è decisivo: la scienza viene utilizzata qui selettivamente per far apparire gli abbattimenti come «gestione», mentre le questioni etiche e le soluzioni alternative ai conflitti – protezione delle greggi, pianificazione territoriale, regolamentazione dell'agricoltura, metodi non letali – vengono marginalizzate. Il benessere dei singoli animali non gioca praticamente alcun ruolo nell'argomentazione; si tratta di «popolazioni», «quote di utilizzo», «accettazione» – quindi di numeri amministrabili, non di vite.

Cosa richiede uno sguardo realistico su «caccia per hobby e conservazione della natura»

Se si leggono insieme gli attuali portali della caccia per hobby, emerge un modello chiaro: i problemi vengono parzialmente identificati correttamente, ma le loro cause vengono semplificate – industrializzazione dell'agricoltura, pianificazione dei trasporti, pianificazione territoriale, crisi climatica, estinzione storica dei predatori. La caccia per hobby viene dichiarata soluzione universale, anche se spesso è essa stessa parte del problema: sovrallevamento, alimentazione artificiale, focus sui trofei, disturbo, catture accidentali. Singoli progetti adatti alle PR – cassette nido, raccolta bossoli, «giornate ecologiche» – servono come foglia di fico per un sistema che si basa sull'uccisione sistematica di animali selvatici come attività ricreativa.

Uno sguardo realistico nel senso del buon senso dovrebbe almeno riconoscere: Una vera politica di conservazione della natura affronta le cause – politica agricola, forestale e dei trasporti, pianificazione territoriale, politica climatica ed energetica, protezione dei predatori e degli habitat. Se i «progetti di conservazione delle specie» servono principalmente ad aumentare le popolazioni cacciabili, non sono misure neutre di conservazione della natura, ma ottimizzazione dell'abbattimento sotto una vernice verde. E la questione se una società moderna possa permettersi di uccidere animali selvatici per svago e tradizione è etica, non tecnica. Non può essere sostituita con cassette nido, raccolte di cartucce e manifesti accattivanti.

Proprio qui possono intervenire piattaforme come Wild beim Wild: non solo confutando le narrative dei cacciatori per hobby, ma svelando la loro logica interna – e mettendo sistematicamente al centro la prospettiva degli animali selvatici.

Altro sull'argomento caccia per hobby: Nel nostro Dossier sulla caccia raccogliamo fact-check, analisi e reportage di approfondimento.

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