Psicologa italiana: cosa spinge le persone alla caccia ricreativa
La psicoterapeuta Patrizia Mattioli definisce la caccia ricreativa vigliaccheria e vi vede dietro un bisogno di potere e controllo.
«La caccia per piacere»
In un editoriale per il quotidiano italiano «Il Fatto Quotidiano» la psicologa e psicoterapeuta Patrizia Mattioli pone una domanda che nel dibattito su quote di abbattimento, aree protette e periodi di caccia viene regolarmente trascurata: perché uno Stato moderno permette e organizza addirittura che animali non umani vengano uccisi come passatempo?
Non uno sport, ma vigliaccheria
Mattioli definisce la caccia ricreativa un residuo di un'epoca in cui uccidere serviva al sostentamento. Oggi sarebbe superflua, costosa e dannosa per l'ambiente. Non riconosce alcuna pretesa sportiva: chi spara ad animali selvatici con armi ad alta precisione o li inganna con richiami vivi non dimostra alcuna abilità particolare. La sua conclusione è netta: «Sparare a esseri che fuggono per sopravvivere è vigliaccheria, non sport.»
Il potere come motivo nascosto
Se non restano né fame né necessità, il vero motivo deve trovarsi altrove, argomenta la psicoterapeuta. Lo individua in un bisogno interiore di potere: nel breve istante dello sparo dominare la natura e disporre della vita e della morte di un altro essere vivente. Che i cacciatori ricreativi ne siano consapevoli o meno non ha alcuna importanza.
La caccia ricreativa offrirebbe la cornice ideale per questo, perché reinterpreta l'uccisione: non come violenza contro la natura, ma come presunta comunione con essa. Vivere la natura, obietta Mattioli, non richiede la sofferenza di un altro essere vivente.
Cosa mostra la ricerca sui cacciatori ricreativi
Mattioli fa riferimento a ricerche che confrontano psicologicamente cacciatori ricreativi e non cacciatori. Secondo queste, i cacciatori ricreativi si giudicano nettamente più aggressivi, prediligono strategie dominanti nei conflitti e mostrano meno empatia verso gli animali non umani. Questa empatia diminuirebbe ulteriormente con l'aumentare dell'esperienza venatoria: più spesso una persona caccia, più si desensibilizza. Secondo Mattioli, la disponibilità a uccidere senza necessità è associata a tratti di personalità che in altri ambiti della vita sono considerati fattori di rischio.
La ricerca sulla psicologia della caccia ricreativa è finora limitata e si basa soprattutto su autovalutazioni. Wild beim Wild riassume i risultati disponibili nella panoramica degli studi «Caccia sotto la lente», integrata dal contributo «Febbre di caccia» e da analisi cantonali come Psicologia della caccia ricreativa in Ticino. Ulteriori contributi si trovano nella rubrica Psicologia & caccia.
Predatori come concorrenza sgradita
Il bisogno di controllo si manifesta in modo particolarmente evidente nel rapporto con i predatori, scrive Mattioli. Le narrazioni di «gestione della fauna selvatica» e «protezione delle greggi» servirebbero a eliminare lupo, orso e lince. Dietro a ciò non ci sarebbe tanto la paura per gli animali da reddito, quanto il fatto che queste specie regolano autonomamente le popolazioni selvatiche. In questo modo sottraggono alla caccia ricreativa uno dei suoi principali argomenti di giustificazione e vengono percepite come concorrenza.
La popolazione non vuole un ampliamento
Mattioli fonda la sua richiesta di maggiore tutela su un'indagine attuale di Ipsos Doxa per la Fondazione Capellino, di cui Wild beim Wild ha già riferito. Tra il 28 luglio e il 4 agosto 2026 sono state intervistate complessivamente 7'002 persone maggiorenni in Italia. Solo il 3 per cento vuole promuovere la caccia ricreativa. Il 27 per cento vorrebbe abolirla, il 13 per cento ridurla così tanto da farla scomparire, e il 35 per cento limitarla a pochi casi di emergenza. Il 17 per cento vuole mantenere la legge attuale, il 6 per cento non ha un'opinione in merito.
Il risultato è in netto contrasto con la riforma della caccia pianificata dal governo Meloni, contro la quale si è manifestato recentemente a Milano. Il contesto è illustrato nel contributo «La legge Sparatutto italiana».
Inquadramento: il motivo dietro la facciata
Il contributo di Mattioli nomina ciò che le associazioni venatorie nascondono dietro concetti come tradizione, gestione faunistica e regolazione. Quanto apertamente questo motivo venga talvolta espresso lo ha dimostrato il dirigente venatorio francese Willy Schraen con la sua frase «Mi piace uccidere animali». Se l'alimentazione viene meno come giustificazione, resta il piacere di uccidere, e questo non è giustificabile né dal punto di vista ecologico né da quello etico.
Per la Svizzera il dibattito è altrettanto attuale. Anche da noi i predatori vengono autorizzati all'abbattimento con l'argomento della protezione delle greggi, mentre la caccia ricreativa difende il proprio ruolo di presunta regolatrice indispensabile. La domanda di Mattioli vale quindi anche a nord delle Alpi: perché tolleriamo un'attività del tempo libero il cui nucleo è uccidere?
Altro sul tema della caccia ricreativa: Nel dossier Psicologia della caccia ricreativa classifichiamo la ricerca, le motivazioni e le conseguenze sociali. Ciò che dice la ricerca al riguardo lo mostra La caccia sotto la lente: lo stato della ricerca.
La posizione dell'IG Wild beim Wild: L'IG Wild beim Wild rifiuta la caccia ricreativa. Il nostro modello è il canton Ginevra, che dal 1974 fa a meno della caccia ricreativa: senza periodi di caccia, senza cani da caccia, senza battute, senza altane, senza i maltrattamenti agli animali e la criminalità che altrove accompagnano la stagione venatoria. Ciò che là funziona da oltre cinquant'anni confuta ogni documento di posizione di CacciaSvizzera. Un'associazione che fonda la propria politica su affermazioni che essa stessa smentisce nei propri documenti non è un'organizzazione specializzata, bensì una fabbrica di disinformazione.
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