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Caccia

Divieto di caccia in Svizzera: un nuovo rapporto con la natura selvaggia

In Svizzera è ormai urgente: un discorso aperto su un divieto di caccia a livello nazionale.

Redazione Wild beim Wild — 12 ottobre 2025

Mentre la società si sensibilizza sempre di più nei confronti della protezione del clima e degli animali, una piccola parte della popolazione si aggrappa a un hobby arcaico – l'uccisione di animali selvatici per tradizione, svago e comodità.

Eppure voci sempre più numerose chiedono: la natura non ha bisogno di cacciatori ricreativi, ha bisogno di essere protetta da loro.

Un paese con il divieto di caccia: l'esempio di Ginevra

Dal 1974 esiste nel Cantone di Ginevra un divieto di caccia completo. E contrariamente a tutte le cupe profezie della lobby venatoria, la natura non è collassata – anzi, prospera. Le popolazioni selvatiche si regolano in gran parte da sole, i conflitti con gli esseri umani sono rari e, dove è necessario un intervento gestionale, esso avviene su basi scientifiche, non con il fucile di un cacciatore ricreativo.

Studi e osservazioni condotti a Ginevra mostrano che l'equilibrio ecologico è migliorato:

  • Maggiore biodiversità nelle aree forestali e agricole
  • Popolazioni sane di capriolo, cinghiale e volpe
  • Meno incidenti con la fauna selvatica e minori disturbi agli animali selvatici

Ginevra dimostra: rinunciare alla caccia funziona. La Svizzera potrebbe seguire questo esempio – se ne avesse la volontà politica.

La realtà della caccia ricreativa

Circa 30’000 cacciatori ricreativi sono attualmente attivi in Svizzera. Ogni anno abbattono centinaia di migliaia di animali selvatici – presumibilmente per «regolare le popolazioni». Tuttavia, le indagini scientifiche dimostrano da anni:

  • La caccia spesso aggrava le sovrappopolazioni anziché prevenirle (attraverso interventi nelle dinamiche naturali delle popolazioni).
  • La caccia disturba le migrazioni degli animali, i nuclei familiari e la selezione naturale.
  • La caccia aumenta il rischio di danni alla fauna selvatica, poiché gli animali sotto stress cercano nuovi territori.

A ciò si aggiungono questioni etiche: perché nel XXI secolo qualcuno può torturare, ferire e uccidere animali per divertimento o tradizione, quando esistono da tempo alternative nella gestione della fauna selvatica? Perché volpi, martore, caprioli o ghiandaie vengono «regolati», mentre la natura esiste da milioni di anni senza controllo umano?

La moderna ecologia della fauna selvatica si oppone alla caccia ricreativa

La natura si regola da sola – se la si lascia fare. I predatori come il lupo, la lince e la volpe assumono, in un ecosistema funzionante, il ruolo che l'essere umano si arroga. Laddove lupi, linci o volpi sono nuovamente presenti, le popolazioni di fauna selvatica si stabilizzano in modo naturale.

La caccia, al contrario, interrompe i cicli naturali:

  • Priva i branchi dei loro esemplari più esperti.
  • Favorisce tassi di riproduzione innaturali attraverso la «pressione venatoria artificiale».
  • Destabilizza intere comunità ecologiche.

Il risultato: più problemi, non meno. Studi scientifici ed esempi concreti come il Lussemburgo o il Parco Nazionale Svizzero confermano che le popolazioni di fauna selvatica non «esplodono» affatto in assenza di caccia. Al contrario: nelle aree protette dove non si caccia, si osservano popolazioni più stabili e più sane.

Politica e lobby venatoria: la vecchia rete

La caccia è politicamente ben radicata in Svizzera. Molti decisori cantonali e uffici forestali sono storicamente legati alla maltrattamento degli animali. Questa vicinanza fa sì che le conoscenze scientifiche obiettive vengano ignorate.

Quando nel 2020 si votò sulla revisione della legge sulla caccia, emerse chiaramente: la maggioranza della popolazione vuole una maggiore protezione per la fauna selvatica, non minore. Eppure la politica continua a seguire vecchie narrazioni: «l'essere umano deve regolare» – un'affermazione da tempo confutata dalla moderna ecologia.

Un divieto di caccia non è un'estremizzazione – è buon senso

Un divieto di caccia a livello nazionale in Svizzera non sarebbe un passo radicale, bensì un progresso logico. Non significa abbandonare la natura a sé stessa e voltare lo sguardo dall'altra parte. Significa che gli interventi avvengono solo in casi di vera eccezione, fondati scientificamente e realizzati da personale specializzato – non da dilettanti.

Esempi concreti dimostrano che funziona:

  • A Ginevra non c'è più il fucile dei cacciatori ricreativi nei boschi da 50 anni.
  • In alcune parti d'Europa vigono divieti di caccia stagionali o regionali con effetti positivi.
  • In Europa, diverse organizzazioni per la protezione degli animali chiedono la fine della caccia ricreativa.

La Svizzera potrebbe assumere un ruolo pionieristico in questo ambito – se si libera dai miti superati.

Futuro senza caccia ricreativa – uno scenario realistico

Un divieto di caccia:

  • Riconoscerebbe gli animali selvatici come esseri senzienti, non come risorse.
  • Ridurrebbe i conflitti, poiché gli animali selvatici reagirebbero in modo meno diffidente e aggressivo verso gli esseri umani.
  • Stabilizzerebbe gli ecosistemi, perché i predatori naturali potrebbero tornare ad agire.
  • Pacificherebbe la società, poiché nelle foreste sarebbero presenti meno sofferenze animali e meno armi.

La natura non ha bisogno di fucili. Ha bisogno di rispetto, spazio e tranquillità. Un divieto di caccia in Svizzera sarebbe un segno di autentica civiltà – un impegno verso l'etica, la scienza e la compassione.

La Svizzera vuole una politica ambientale orientata al futuro e rispettosa degli animali, oppure vuole continuare a proteggere una piccola minoranza militante che per tradizione tormenta e uccide gli animali?

Un divieto di caccia non è un attacco alla cultura, bensì un passo verso il futuro. È tempo di restituire le foreste a coloro che vi vivono davvero – gli animali selvatici.

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