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Criminalita & Caccia

Caccia alla volpe senza fatti: JagdSchweiz inventa problemi

Nell'attuale documento di posizione di CacciaSvizzera sulla caccia alla volpe, le volpi vengono trattate come «cosa pubblica senza proprietario» e come materia prima soggetta all'oscillazione del prezzo della pelliccia. Sono decisivi il diritto di caccia, il piano di abbattimento e il mercato, non l'animale come individuo senziente.

Redazione Wild beim Wild · 3 dicembre 2025

Il 20 novembre 2025 l'associazione militante CacciaSvizzera ha pubblicato un documento di posizione pieno di odio sulla caccia alla volpe.

Il tenore è chiaro: la caccia alla volpe sarebbe «sensata e utile» e andrebbe «assolutamente mantenuta». Le critiche delle organizzazioni per la protezione della natura e degli animali vengono liquidate come emotive e prive di fondamento fattuale.

Chi però getta uno sguardo sull'effettivo sviluppo nelle regioni senza caccia alla volpe, sulle sentenze dei tribunali e sulle cifre ufficiali relative alla prassi venatoria, si rende conto rapidamente di una cosa: il documento difende soprattutto un'immagine di sé venatoria e un hobby cruento che è ormai difficilmente conciliabile con l'ecologia moderna della fauna selvatica e con il benessere animale.

CacciaSvizzera difende un sistema ormai da tempo sulla difensiva

Nel documento di posizione, CacciaSvizzera reagisce alla «discussione continuamente sollevata dagli ambienti per la protezione della natura e degli animali» sul senso e sul futuro della caccia alla volpe. L'organizzazione ribadisce che la caccia ricreativa alle volpi sarebbe necessaria per regolare le popolazioni, prevenire i danni, combattere le malattie e proteggere altre specie di animali selvatici. La volpe viene indirettamente trasformata in una figura problematica che, senza pallini e fucile, sfuggirebbe al controllo.

Ciò che colpisce è quanto manca: una valutazione scientifica sobria delle esperienze nelle regioni in cui da anni o decenni non si pratica più la caccia alla volpe, nonché un confronto onesto con i gravi errori della propria stessa clientela. Proprio questa realtà la recuperiamo qui di seguito.

Lussemburgo: caccia alla volpe vietata, nessun problema

Il Lussemburgo ha completamente abolito la caccia ricreativa alla volpe all'inizio del 2015. All'epoca le associazioni venatorie predicevano un'«esplosione demografica», un crescente pericolo di epidemie e danni in aumento. Nulla di tutto ciò si è verificato.

Le analisi delle autorità lussemburghesi e i rapporti indipendenti mostrano quanto segue:

  • La popolazione di volpi non è esplosa dopo il divieto, ma è rimasta in gran parte stabile.
  • Non si è verificato alcun aumento delle malattie della fauna selvatica.
  • La percentuale di animali infetti dalla tenia della volpe si è circa dimezzata tra il 2014 e il 2020.

In altre parole: un paese nel cuore dell'Europa rinuncia da anni completamente alla caccia alla volpe e smentisce nella pratica la retorica allarmistica con cui le associazioni venatorie vogliono legittimare le loro campagne contro le volpi.

Cantone di Ginevra: cinquant'anni di politica della fauna selvatica senza caccia ricreativa

Il riscontro con la realtà è ancora più evidente nella stessa Svizzera. Nel cantone di Ginevra, la caccia miliziana è stata abolita nel 1974 tramite votazione popolare. Da allora la caccia ricreativa è vietata e la gestione della fauna selvatica è affidata a guardiacaccia statali.

Ginevra è oggi considerata un esempio di gestione moderna della fauna selvatica:

  • Le popolazioni selvatiche vengono regolate in modo mirato e parsimonioso da guardiacaccia professionisti, quando ciò è necessario per l'agricoltura, il traffico o la sicurezza.
  • Studi e resoconti del cantone mostrano che, senza la caccia ricreativa, le popolazioni di animali selvatici si regolano meglio da sole o possono essere gestite con interventi minimi.

Nonostante la rinuncia a una caccia alla volpe su vasta scala, non si conoscono né catastrofi ecologiche né epidemie di malattie. Al contrario, il modello ginevrino è oggi discusso in altri cantoni come alternativa sostenibile alla tradizionale caccia ricreativa.

Parchi nazionali e aree libere dalla caccia alla volpe: lo scenario minaccioso resta teoria

Oltre al Lussemburgo e a Ginevra, esistono altre aree in Europa dove le volpi da anni non vengono cacciate o lo sono solo in misura minima, tra cui parchi nazionali come la Foresta Bavarese e Berchtesgaden, nonché riserve più ampie libere dalla caccia alla volpe.

Le conoscenze acquisite da queste aree possono essere riassunte come segue:

  • Non esistono «esplosioni di volpi» documentate seguite da crolli delle popolazioni di uccelli nidificanti al suolo o di lepri.
  • La densità delle volpi si adatta alle condizioni quadro naturali e create dall'uomo.
  • Dove l'uomo non interviene con il fucile, sono l'offerta di cibo, le malattie e la concorrenza tra volpi a regolare le popolazioni.

CacciaSvizzera si trova quindi di fronte a una palese contraddizione: mentre un documento di posizione ancora una volta del tutto incompetente dipinge scenari drammatici, esperimenti reali sul campo dimostrano il contrario. Le zone libere dalla caccia alla volpe non sono regioni problematiche dal punto di vista ecologico, ma spesso veri e propri centri di biodiversità.

La cultura della violenza della caccia ricreativa davanti al tribunale

Come funzioni l'ambiente venatorio attorno a CacciaSvizzera lo dimostra un procedimento davanti al tribunale penale di Bellinzona. L'associazione aveva citato in giudizio IG Wild beim Wild, ritenendosi lesa nel proprio onore da critiche severe.

Al centro vi erano affermazioni in cui CacciaSvizzera viene descritta, tra l'altro, come un «militante association problematica» (associazione problematica militante), alla quale si rimprovera una cultura della violenza, mancanza di rispetto verso gli animali selvatici e una massiccia pressione politica esercitata tramite intimidazione e propaganda menzognera.

Dopo l'istruttoria probatoria, il giudice Siro Quadri è giunto alla conclusione che tali affermazioni non costituiscono menzogne e pertanto non hanno carattere diffamatorio. La querela è stata respinta e la sentenza è passata in giudicato.

Dal punto di vista giuridico, ciò significa che anche formulazioni drastiche riguardo a un «ambiente venatorio militante» e a una «cultura della violenza» sono state considerate dal tribunale penale come coperte dalla libertà di espressione e, nella loro essenza, sostenute dai fatti e dai nessi presentati. Ciò getta una luce chiara sul contesto in cui è nato l'attuale documento di posizione.

Il Tribunale penale ticinese, in un procedimento tra CacciaSvizzera e IG Wild beim Wild, ha stabilito che giudizi severi, come la critica a una «cultura della violenza» nell'ambiente di CacciaSvizzera, sono coperti dalla tutela della libertà di espressione. Dal punto di vista giuridico, ciò significa che il tribunale non ha ravvisato in queste formulazioni drastiche alcuna diffamazione punibile, bensì giudizi di valore leciti, sostenuti dai fatti esposti.

Grigioni: i dati ufficiali sulla pratica venatoria smascherano l'immagine idealizzata

Il divario tra l'autorappresentazione venatoria e la realtà emerge ancora più chiaramente osservando il cantone dei Grigioni. Qui l'alta caccia viene volentieri presentata come esempio modello di una regolazione responsabile. I dati ufficiali raccontano però un'altra storia.

Secondo i dati dell'Ufficio grigionese per la caccia e la pesca e un servizio della SRF, risulta quanto segue:

  • Durante l'alta caccia, nel cantone dei Grigioni vengono abbattuti ogni anno circa 10'000 tra cervi, camosci, caprioli e cinghiali.
  • Circa nove o quasi dieci per cento di questi abbattimenti avviene illegalmente. Solo nei cinque anni precedenti al 2016, i cacciatori ricreativi hanno pagato multe disciplinari per oltre 700'000 franchi a causa di abbattimenti errati.

Particolarmente gravi sono i dati relativi agli animali feriti con colpi non mortali:

  • Tra il 2012 e il 2016, nei Grigioni sono stati abbattuti 56'403 tra cervi, caprioli, camosci e cinghiali.
  • In 3'836 casi gli animali sono stati soltanto feriti. Questi dati provengono dai dati ufficiali relativi al cosiddetto sistema dei cani da traccia di sangue, resi noti alla trasmissione SRF «Rundschau».

IG Wild beim Wild e altre organizzazioni per la protezione degli animali hanno raccolto ed elaborato questi dati. Essi dimostrano che non si tratta di casi isolati, bensì di un problema strutturale: centinaia di abbattimenti illegali all'anno in un singolo cantone, oltre a migliaia di animali feriti nell'arco di pochi anni.

Estrapolando questi dati su tutti i cantoni di caccia e su periodi più lunghi, si ottengono decine di migliaia di animali uccisi illegalmente o abbattuti senza rispettare il benessere animale. Alla luce di ciò, l'immagine del cacciatore ricreativo disciplinato, rispettoso della legge e attento al benessere animale, che CacciaSvizzera diffonde pubblicamente, appare più come un opuscolo pubblicitario che come una descrizione realistica.

La caccia alla volpe come capro espiatorio per gli sviluppi negativi dell'agricoltura

Un motivo centrale dell'argomentazione venatoria sostiene che le volpi decimerebbero a tal punto gli uccelli nidificanti al suolo e le lepri nel paesaggio agricolo da rendere necessaria una caccia ricreativa intensiva ai predatori per proteggere queste specie.

L'evoluzione osservata in Lussemburgo, a Ginevra e nei parchi nazionali privi di caccia alla volpe suggerisce che il problema principale non risiede nella volpe, bensì nei campi coltivati. Contributi specialistici e rapporti delle autorità rimandano ripetutamente a:

  • la distruzione dell'habitat causata dalla ricomposizione particellare, dal drenaggio e dalla perdita di siepi e incolti
  • l'uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti, che distrugge gli insetti e con essi le basi alimentari
  • sfalci precoci e frequenti con macchinari pesanti, che uccidono direttamente covate e piccoli.

La politica ambientale lussemburghese, ad esempio, attribuisce esplicitamente il declino di varie specie di uccelli di campo a questi fattori, non alle volpi. Dove i prati vengono sfalciati più tardi e con maggiore attenzione, dove i pesticidi vengono ridotti e dove si creano spazi di rifugio, le popolazioni si riprendono – senza alcuna caccia alla volpe.

Fare della volpe un capro espiatorio per le conseguenze di una politica agricola mal indirizzata può essere comodo dal punto di vista politico. Dal punto di vista tecnico, è una manovra diversiva.

Malattie: successo della medicina, non del fucile

Un altro argomento standard delle associazioni venatorie è la lotta alle epidemie. La volpe funge da capro espiatorio per la rabbia, la tenia della volpe e altre zoonosi.

La storia della lotta alla rabbia in Europa dimostra tuttavia chiaramente che la svolta è arrivata grazie a programmi capillari di esche vaccinali, non alla caccia ricreativa. In Svizzera e nei paesi confinanti sono state distribuite milioni di esche vaccinali, in seguito alle quali la rabbia vulpina è scomparsa nel giro di pochi anni.

Anche per quanto riguarda la tenia della volpe vale quanto segue: decisivi sono l'igiene, l'informazione ed eventualmente un'esca mirata con vermifughi negli hotspot. Il Lussemburgo, nonostante il divieto di caccia alla volpe, non presenta una situazione di rischio più elevata, anzi, la percentuale di volpi infette è diminuita.

La prevenzione delle epidemie non è quindi una giustificazione valida per una persecuzione generale e permanente della volpe.

Di cosa avrebbe davvero bisogno una politica faunistica moderna

Invece di aggrapparsi a una caccia alla volpe mal giustificata, la Svizzera potrebbe orientarsi verso modelli già funzionanti. Una gestione faunistica moderna dovrebbe porre tre priorità:

  1. Politica dei rifiuti e dell'alimentazione negli insediamenti
    Sistemi di smaltimento dei rifiuti sicuri, chiari divieti di alimentazione e campagne di sensibilizzazione limiterebbero efficacemente e in modo rispettoso del benessere animale la densità delle volpi nelle città. Le volpi seguono l'offerta di cibo, non la retorica moralizzatrice delle associazioni della caccia ricreativa.
  2. Habitat invece di piombo per le specie minacciate
    Falciare i prati più tardi, ridurre i pesticidi, favorire le piccole strutture, creare zone di quiete: queste misure aiutano gli uccelli nidificanti a terra e le lepri in modo dimostrabilmente molto più efficace di una generica dichiarazione di guerra contro le volpi.
  3. Interventi mirati e professionali invece della caccia ricreativa
    Dove esistono effettivamente danni gravi documentati, i guardiacaccia statali possono intervenire puntualmente con mandati chiari e monitoraggio. Il modello ginevrino dimostra da cinque decenni che questo funziona. Studi a lungo termine del cantone mostrano che, dopo l'abolizione della caccia ricreativa nel 1974, la biodiversità è aumentata notevolmente. Ginevra ha anche la più alta densità di lepri di tutta la Svizzera.

Un documento di posizione del passato

Il documento di posizione di CacciaSvizzera sulla caccia alla volpe vuole dare l'impressione di parlare in nome della ragione e dei fatti. La realtà dipinge un quadro diverso:

  • Paesi e cantoni senza caccia alla volpe se la cavano senza i problemi profetizzati.
  • I parchi nazionali e le zone libere dalla caccia alla volpe smentiscono lo scenario minaccioso di crolli demografici ed epidemie.
  • Una sentenza passata in giudicato a Bellinzona conferma che le critiche a una cultura della violenza nell'ambiente di CacciaSvizzera non possono essere considerate diffamazione.
  • I dati ufficiali dei Grigioni documentano ogni anno centinaia di abbattimenti illeciti e migliaia di animali feriti da colpi d'arma da fuoco in un solo cantone.

Alla luce di questo quadro, la caccia alla volpe non appare come uno strumento indispensabile di una moderna politica faunistica, bensì come un relitto di un'epoca in cui il fucile era considerato uno strumento universale contro problemi autoindotti.

Chi è veramente interessato alla protezione delle specie e degli animali non si orienterà su CacciaSvizzera, bensì su Lussemburgo, Ginevra e altre regioni, dove è emerso che la natura funziona anche senza caccia ricreativa – e persino meglio.

La legge svizzera sulla protezione degli animali chiarisce che il suo compito è tutelare la dignità e il benessere degli animali, e il Codice civile stabilisce che gli animali non sono cose. Un'argomentazione che giustifica la caccia alla volpe soprattutto con l'attrattiva economica e lo sfruttamento riduce di fatto nuovamente la volpe a merce e contraddice lo spirito del diritto sulla protezione degli animali. Dove rimane, in questo documento, il rispetto per la dignità animale che vada oltre gli interessi della lobby della caccia ricreativa?

  • Statistica federale della caccia Link
  • Letteratura scientifica: Studi sulla volpe rossa
  • I cacciatori diffondono malattie: 
  • La caccia favorisce le malattie: 
  • Cacciatori ricreativi nella criminalità: L'elenco
  • Il divieto della caccia insensata alla volpe è ormai improrogabile: articolo
  • Il Lussemburgo proroga il divieto di caccia alla volpe: articolo
  • Caccia minore e malattie della fauna selvatica: articolo
  • Dissuasione degli animali selvatici: articolo

Altro sul tema della caccia ricreativa: Nel dossier Bracconaggio e criminalità venatoria in Svizzera documentiamo casi, questioni giuridiche e schemi ricorrenti. Le prove scientifiche sono raccolte nella panoramica Studi sugli effetti della caccia ricreativa.

La posizione dell'IG Wild beim Wild: L'IG Wild beim Wild rifiuta la caccia ricreativa. Il nostro modello è il canton Ginevra, che dal 1974 fa a meno della caccia ricreativa: senza periodi di caccia, senza cani da caccia, senza battute, senza altane, senza i maltrattamenti agli animali e la criminalità che altrove accompagnano la stagione venatoria. Ciò che là funziona da oltre cinquant'anni confuta ogni documento di posizione di CacciaSvizzera. Un'associazione che fonda la propria politica su affermazioni che essa stessa smentisce nei propri documenti non è un'organizzazione specializzata, bensì una fabbrica di disinformazione.

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