Animali selvatici protetti come «fattore di disturbo»: Olivier Bouygues in tribunale per presunta persecuzione della fauna selvatica
Nella riserva di caccia recintata dell'imprenditore francese Olivier Bouygues, per anni sarebbero stati eliminati poiane, aironi, gatti selvatici e ricci con spari, trappole e veleno. L'accusa è, tra l'altro, di distruzione di specie protette «in banda organizzata». La sentenza dovrebbe essere pronunciata il 23 ottobre.
«Ciò che costruisce»
Il 7 e 8 settembre 2026, l'imprenditore francese Olivier Bouygues ha dovuto rispondere davanti al tribunale penale di Orléans.
Il 75enne è figlio del fondatore del gruppo Bouygues, Francis Bouygues, e fratello di Martin Bouygues. L'accusa è pesante: nella sua riserva di caccia recintata nella Sologne, per anni sarebbero stati uccisi sistematicamente animali selvatici protetti. La procuratrice Emmanuelle Bochenek-Puren ha parlato di una «professionalizzazione della distruzione». Fino a una sentenza definitiva vale per tutti gli imputati la presunzione d'innocenza.
Oltre a Bouygues sono imputate altre cinque persone, tra cui amministratori e guardiacaccia, nonché la società di gestione SCEA Saint-Hubert. Il gruppo Bouygues in quanto tale non è parte del procedimento. Si processano presunti fatti avvenuti tra il 2019 e il 2025 nel Domaine de Fontenaille, di circa 650 ettari, presso La Ferté-Saint-Aubin nel dipartimento del Loiret, a una ventina di chilometri a sud di Orléans. Bouygues acquistò la proprietà nel 2002 e ha dichiarato in tribunale di trascorrervi ogni anno da quaranta a cinquanta giorni, soprattutto durante la stagione venatoria. L'intera tenuta è circondata da recinzioni alte oltre due metri e si trova al contempo all'interno della più grande area terrestre Natura 2000 della Francia.
Carcasse, trappole e veleno
Le indagini sono state avviate da una segnalazione anonima pervenuta il 25 marzo 2025 all'Ufficio francese per la biodiversità (OFB). Durante la perquisizione del 4 giugno 2025, gli investigatori dell'OFB e della gendarmeria hanno scoperto un sito di deposito con carcasse in stato di decomposizione, in alcuni casi avanzato. I resoconti dei media citano falchi pellegrini, aironi bianchi maggiori, albanelle, poiane e cormorani, ma anche gatti selvatici, ricci e uno scoiattolo. Secondo le parti civili, sono stati trovati anche taccuini con liste di animali da uccidere.
La procura accusa gli imputati di aver eliminato deliberatamente specie protette perché considerate concorrenti della caccia ricreativa a fini commerciali. Nella tenuta venivano allevati in gran numero starne e fagiani destinati all'abbattimento; gli investigatori hanno contato circa 7'000 starne e, su 160 ettari, circa 500 cinghiali, ossia tre animali per ettaro, una densità che nessun bosco produce naturalmente. Rapaci, aironi e gatti selvatici si nutrono di uova, pulcini e giovani uccelli, disturbando così queste popolazioni destinate alla caccia. Nelle battute con dieci-quindici tiratori, secondo gli atti processuali, venivano abbattuti in media sessanta uccelli per tiratore al giorno.
Centrale è l'accusa di «pregiudizio illegale alla conservazione di una specie animale protetta in banda organizzata». A ciò si aggiungono accuse di detenzione o allevamento illegale di cinghiali e cervi, nonché ulteriori violazioni delle normative su armi, ambiente e caccia. La qualificazione giuridica è determinante per l'entità della pena: per la distruzione di specie protette, in Francia sono previsti in linea di massima fino a tre anni di reclusione e 150'000 euro di ammenda. Se il reato è commesso in banda organizzata, il quadro sale fino a sette anni e 750'000 euro.
«Non sapevo nulla»
Olivier Bouygues ha negato ogni responsabilità. Ha dichiarato di avere «altro da fare» che occuparsi della gestione quotidiana della tenuta ed essere rimasto «scioccato» e «sorpreso» nell'apprendere delle indagini. Il suo difensore ha chiesto l'assoluzione e ha contestato la regolarità del procedimento. Diversi dipendenti hanno scagionato il loro datore di lavoro in tribunale, talvolta in contraddizione con dichiarazioni precedenti rese durante il fermo di polizia.
Nella seconda giornata di udienza, la procura ha chiesto per Bouygues cinque anni di reclusione con la condizionale, un'ammenda di 750'000 euro (il massimo previsto dalla legge), nonché un divieto quinquennale di attività professionali in agricoltura e allevamento legate alla caccia ricreativa. Nei confronti degli altri imputati, a seconda del ruolo, sono state chieste pene condizionali da uno a più anni, ammende e revoche temporanee del permesso di caccia.
Le organizzazioni ambientaliste costituitesi parte civile, tra cui la Ligue pour la protection des oiseaux, One Voice e France Nature Environnement, hanno quantificato il danno ecologico in oltre 750'000 euro; la richiesta si basa, secondo le loro dichiarazioni, su una stima minima di 1'314 animali uccisi. Degno di nota è che anche la federazione dei cacciatori ricreativi del dipartimento del Loiret si sia costituita all'unanimità parte civile contro Bouygues. Il tribunale intende pronunciare la sentenza il 23 ottobre 2026.
Perché il caso riguarda anche la Svizzera
Il caso rivela uno schema che non si ferma ai confini nazionali. Dove interessi legati alla caccia ricreativa, grandi patrimoni privati e riserve recintate e isolate si incontrano, si crea uno spazio che quasi nessuno controlla dall'esterno. Proprio l'isolamento di tali tenute rende difficile verificare in modo indipendente gli interventi sulle popolazioni di animali selvatici.
Il fatto che il processo compaia anche sui media svizzeri non indica un coinvolgimento svizzero. Dai resoconti disponibili non emerge alcun collegamento concreto con la Svizzera, ad esempio un domicilio, una riserva o un procedimento svizzero. La sua rilevanza per la Svizzera risiede piuttosto nella domanda trasferibile su controllo, trasparenza e perseguimento penale nelle attività di caccia ricreativa.
Anche la Svizzera conosce la persecuzione di animali protetti
L'idea di un panorama svizzero della caccia ricreativa «pulito» non regge di fronte ai fatti documentati. Anche qui i predatori protetti vengono perseguitati illegalmente, con trappole, spari e veleno, comprovatamente, anche se finora non in un sistema paragonabile per estensione e reso pubblico su una riserva di caccia privata.
Per la lince, le uccisioni illegali rientrano, insieme alle collisioni stradali e alla frammentazione degli habitat, tra i maggiori pericoli in Svizzera. In Vallese, un gruppo di ricerca guidato dall'Università di Berna ha rivelato che nel corridoio centrale di immigrazione della lince erano installati 17 sistemi illegali di trappole, alcuni dei quali ancora funzionanti al momento della scoperta. I primi indizi di bracconaggio ai danni della lince nel cantone risalivano al 1995; solo circa due decenni dopo il materiale genetico trovato su una trappola ha portato alla prima condanna di un cacciatore ricreativo. Maggiori informazioni nella nostra documentazione «Vallese: bracconaggio sistematico» e nel dossier «Bracconaggio e criminalità venatoria in Svizzera».
Anche i rapaci sono colpiti. Il tribunale d'appello di Zurigo ha condannato un allevatore di piccioni che aveva preparato un piccione vivo con il carbofurano, una neurotossina altamente tossica vietata in Svizzera, per uccidere un rapace protetto. L'avvelenamento è stato evitato perché il piccione è stato scoperto. Il tribunale ha inflitto una pena detentiva condizionale di quindici mesi e un'ammenda di 1'500 franchi. Come nel caso Bouygues, una specie protetta è stata trattata come un fattore di disturbo indesiderato e combattuta con una sostanza pericolosa.
Il processo francese non è quindi un caso isolato esotico, bensì un esempio particolarmente eclatante di un fenomeno documentato anche in Svizzera: gli animali protetti diventano bersaglio dove sono considerati concorrenza indesiderata o disturbo per gli interessi di sfruttamento umano. Le leggi da sole non bastano se manca il controllo delle riserve isolate e un perseguimento penale coerente.
Altro sul tema della caccia ricreativa: Nel dossier Bracconaggio e criminalità venatoria in Svizzera documentiamo casi, questioni giuridiche e schemi ricorrenti. Ciò che dice la ricerca al riguardo lo mostra La caccia sotto la lente: lo stato della ricerca.
La posizione dell'IG Wild beim Wild: L'IG Wild beim Wild rifiuta la caccia ricreativa. Il nostro modello è il canton Ginevra, che dal 1974 fa a meno della caccia ricreativa: senza periodi di caccia, senza cani da caccia, senza battute, senza altane, senza i maltrattamenti agli animali e la criminalità che altrove accompagnano la stagione venatoria. Ciò che là funziona da oltre cinquant'anni confuta ogni documento di posizione di CacciaSvizzera. Un'associazione che fonda la propria politica su affermazioni che essa stessa smentisce nei propri documenti non è un'organizzazione specializzata, bensì una fabbrica di disinformazione.
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