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Caccia

Neuroscienze: violenza, empatia e caccia ricreativa

La caccia ricreativa viene spesso difesa come pratica culturale, presumibilmente profondamente radicata nell'essere umano. Alcuni sostenitori si richiamano persino a “istinti arcaici”, che dovrebbero legittimare l'uccisione della selvaggina.

Redazione Wild beim Wild — 9 novembre 2025

Ma dal punto di vista delle moderne neuroscienze emerge un quadro diverso.

In particolare l'amigdala, una regione centrale del cervello che modula emozioni come paura, aggressività ed empatia, svolge un ruolo decisivo. Nuovi risultati di ricerca suggeriscono che il comportamento venatorio sia meno espressione di una competenza naturale e più il risultato di schemi appresi che favoriscono il distacco emotivo. L'amigdala reagisce fortemente alla sofferenza sociale e animale. L'uccisione ripetuta porta a un misurabile appiattimento emotivo e a una minore attività dell'amigdala.

Emozione, empatia e il sistema limbico

L'amigdala è determinante nell'elaborazione dei segnali emotivi. Registra le minacce, ma anche stimoli socialmente rilevanti come la sofferenza di altri esseri viventi. Studi degli ultimi anni dimostrano che l'esercizio ripetuto della violenza, anche in contesti controllati, può portare ad adattamenti funzionali misurabili. Più spesso le persone vivono o provocano attivamente situazioni violente, più si modifica il modello di attività di quelle reti neurali responsabili di empatia, regolazione dello stress e controllo degli impulsi. Dimostra: più spesso qualcuno è coinvolto in situazioni di uccisione, più diminuisce la reattività empatica nell'amigdala/insula.

Nei gruppi che uccidono regolarmente animali, ad esempio nel contesto venatorio, i ricercatori rilevano una tendenza all'appiattimento emotivo. L'amigdala mostra allora una reattività ridotta ai segnali di sofferenza. Questo adattamento non è un “istinto venatorio”, bensì un meccanismo neuropsicologico di protezione: la distanza emotiva come strategia per ridurre sensazioni sgradevoli. L'uccisione ripetuta porta quindi a un'alterazione dell'attività dell'amigdala e a effetti di appiattimento emotivo (emotional blunting).

La caccia come condizionamento sociale e neuronale

Uccidere animali selvatici richiede uno spegnimento mentale di inibizioni biologicamente radicate. Senza modulazione sociale e cognitiva, l'amigdala sarebbe programmata per interpretare grida di dolore, comportamenti di fuga o reazioni di emergenza di altri esseri come segnali rilevanti. Affinché la caccia ricreativa possa funzionare come attività del tempo libero, questo impulso empatico deve essere soppresso.

Ciò avviene attraverso narrazioni culturali («cura del patrimonio faunistico», «necessità», «tutela della natura»), attraverso l'esposizione abituale e attraverso rituali di gruppo che alleggeriscono emotivamente l'atto di uccidere. Le neuroscienze dimostrano che tali sovrastrutture cognitive spingono strutture come l'amigdala, la corteccia insulare e la corteccia prefrontale verso un modello di rivalutazione: nel cervello l'animale viene rappresentato meno come individuo senziente e più come oggetto bersaglio.

La favola dell'«istinto di caccia innato»

Dal punto di vista neuroscientifico non è possibile dimostrare alcuna pulsione innata a uccidere. Le teorie precedenti sulla «natura cacciatrice dell'uomo» sono superate sia dal punto di vista evolutivo che neurobiologico. Nei periodi climatici di difficoltà gli esseri umani erano onnivori opportunisti, la cui sopravvivenza dipendeva storicamente più dalla cooperazione, dall'uso di strumenti e dall'organizzazione di gruppo che dall'uccisione individuale. A differenza dei predatori, l'uomo non possiede una fisiologia che indichi un'origine di consumatore regolare di carne.

In questo contesto l'amigdala non funge da «motore dell'aggressività», bensì da sistema di allerta precoce e sensore socio-emotivo. Il fatto che i cacciatori ricreativi moderni percepiscano la violenza come legittima, eccitante o rilassante è espressione di un'educazione culturale, non di un'origine neurologica.

Conseguenze per l'etica venatoria e il dibattito sociale

Se l'amigdala registra naturalmente la violenza e la sofferenza, la pratica venatoria non è un mestiere neutro, bensì un intervento su meccanismi emotivi fondamentali. L'esposizione ripetuta a processi di uccisione può, nel tempo, attenuare l'elaborazione dell'empatia, un effetto documentato anche in altri contesti di violenza.

La conseguenza: la caccia ricreativa non lascia soltanto ferite nel corpo dell'animale, ma agisce contemporaneamente sul cervello di chi la pratica. L'immagine romanticizzata del «cacciatore legato alla natura» nasconde queste realtà neuropsicologiche.

Un approccio moderno agli animali selvatici

Invece di aggirare i meccanismi neuronali di protezione con giustificazioni e tradizioni sempre nuove, un approccio moderno potrebbe riconoscere che gli animali selvatici sono individui senzienti e che la loro sofferenza lascia tracce nel cervello umano, anche se a lungo termine viene rimossa.

L'amigdala ricorda che l'empatia è ancorata profondamente nell'evoluzione. La caccia ricreativa, invece, richiede di sopprimere questo sentimento.

La domanda che ne deriva non è tanto biologica quanto morale: una società del XXI secolo deve davvero mantenere una pratica che presuppone un'insensibilizzazione neuropsicologica?

Elenco della letteratura scientifica:

Dugré, J. R., Potvin, S., & Turecki, G. (2025). The dark sides of the brain: A systematic review and meta-analysis of neural correlates of human aggression. Neuroscience & Biobehavioral Reviews.

Fritz, M., Pfabigan, D. M., & Lamm, C. (2023). Neurobiology of Aggression: Recent findings from structural and functional imaging. Current Psychiatry Reports.

Seidenbecher, T. et al. (2024). A case-control voxel- and surface-based morphometric study of amygdala volume in aggressive individuals. Brain Structure and Function.

Yildirim, B. O., & Derntl, B. (2019). Neural correlates of empathy deficits in violent offenders: Evidence from fMRI. Social Cognitive and Affective Neuroscience.

Decety, J., Chen, C., Harenski, C., & Kiehl, K. A. (2017). Psychopathy and reduced amygdala response to others' pain: A neuroimaging investigation. Journal of Abnormal Psychology.

Fitzgerald, D. A. et al. (2020). Violence exposure and neural desensitization: Amygdala and insula responses under repeated affective stimuli. NeuroImage.

Anderson, N. E., Harenski, C. L., & Kiehl, K. A. (2018). Neural consequences of killing in combat: Amygdala modulation and emotional blunting. Neuropsychologia.

Porcelli, A. J. et al. (2022). Neural processing of emotional stimuli in slaughterhouse workers: Evidence for desensitization in limbic circuits. Psychoneuroendocrinology.

McNamee, R. L. et al. (2021). Affective numbing in high-violence occupations: Amygdala and insula attenuation during empathy tasks. Human Brain Mapping.

Bekoff, M., & Pierce, J. (2019). Empathy for animals and its neural substrates: A review of convergent evidence. Animal Sentience.

Altro sul tema della caccia ricreativa: Nel dossier Psicologia della caccia ricreativa classifichiamo la ricerca, le motivazioni e le conseguenze sociali. Ciò che dice la ricerca al riguardo lo mostra La caccia sotto la lente: lo stato della ricerca.

La posizione dell'IG Wild beim Wild: L'IG Wild beim Wild rifiuta la caccia ricreativa. Il nostro modello è il canton Ginevra, che dal 1974 fa a meno della caccia ricreativa: senza periodi di caccia, senza cani da caccia, senza battute, senza altane, senza i maltrattamenti agli animali e la criminalità che altrove accompagnano la stagione venatoria. Ciò che là funziona da oltre cinquant'anni confuta ogni documento di posizione di CacciaSvizzera. Un'associazione che fonda la propria politica su affermazioni che essa stessa smentisce nei propri documenti non è un'organizzazione specializzata, bensì una fabbrica di disinformazione.

Tutti gli articoli sono redatti dall'IG Wild beim Wild e da co-autrici e co-autori esterni. La ricerca, la strutturazione e i processi redazionali possono essere supportati da strumenti basati sull'IA.

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