4 aprile 2026, 19:34

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Caccia

Francia e la volpe: miti della caccia smascherati

In Francia sette associazioni ambientaliste si mobilitano contro un termine amministrativo che da decenni funziona come licenza di uccisione. Con una petizione all'Assemblée nationale chiedono di cancellare la volpe rossa (Vulpes vulpes) dalla lista delle «espèces susceptibles d'occasionner des dégâts» (ESOD). Questa classificazione permette in molti casi l'uccisione durante tutto l'anno, inclusa caccia e cattura con trappole, e plasma l'immagine pubblica della volpe come presunto «causatore di danni».

Redazione Wild beim Wild — 3 febbraio 2026

Più di 25’000 persone avevano firmato la richiesta fino al 2 febbraio 2026.

Il momento è politicamente delicato, perché un nuovo decreto sulla lista ESOD per i prossimi tre anni è atteso per l'estate. Proprio per questo le lobby venatorie e parti dell'amministrazione spingono per cementare lo status attuale.

Quello che qui si sta negoziando non riguarda solo Francia. È un meccanismo europeo: gli animali selvatici vengono dichiarati «problemi» attraverso etichette amministrative, e da questa etichettatura nasce poi un mandato permanente di «regolazione». In Svizzera questa logica funziona in modo simile. La volpe rossa è ecologicamente un predatore centrale. Stabilizza le reti alimentari, influenza le popolazioni di piccoli mammiferi e agisce in molti sistemi come specie cardine. Nonostante ciò, nei dibattiti diventa sempre una superficie di proiezione, perché su di essa si concentrano tradizione venatoria, politica degli interessi e vecchi pregiudizi.

La forza dirompente più importante della petizione francese non risiede nell'appello morale, ma nella situazione scientifica. Una panoramica della Fondation pour la recherche sur la biodiversité (FRB) giunge, dopo un'analisi critica, al risultato che il 70 percento degli studi esaminati non mostra alcun effetto significativo dei prelievi ESOD sulla riduzione dei danni attribuiti. In altre parole: l'uccisione non risolve il presunto problema nella maggioranza dei casi esaminati.

Per i critici della caccia questo non è un caso. La volpe viene demonizzata da secoli come «parassita» coltivato, benché studi storici e attuali dimostrino che questa classificazione si basa per lo più su valutazioni soggettive e interessi personali e non su dati ecologici robusti. Questa dinamica la conosciamo anche dalla Svizzera: piccoli predatori come la volpe, il tasso o la puzzola vengono socialmente e amministrativamente etichettati come «animali problematici» da regolare, mentre problemi ecologici strutturali come la distruzione dell'habitat o l'uso di pesticidi vengono appena affrontati politicamente.

La petizione francese mette il dito in una vecchia ferita: quando la caccia per hobby inizia effettivamente al servizio della protezione della natura e della biodiversità, e quando è pura tradizione le cui giustificazioni si basano su potere culturale e reti politiche? Il fatto che le associazioni venatorie rifiutino qualsiasi «disinnesco» mostra chiaramente che si tratta meno di ecologia che del mantenimento di privilegi. La scienza si pronuncia contro la caccia per hobby generalizzata sulle volpi. Nonostante ciò, i gruppi di lobby difendono lo status quo facendo riferimento a presunti danni, spesso auto-segnalati e non verificati oggettivamente.

Per i media e gli attivisti in Svizzera, il caso francese sarebbe un'opportunità per esaminare criticamente la propria pratica. Nel nostro contesto si argomenta ugualmente che gli animali selvatici causano danni, che sia al bestiame, alle colture o ai «paesaggi ricreativi». Ma dobbiamo prendere sul serio i dati scientifici e non cadere in narrative obsolete che propagandano l'uccisione e la riduzione come prima soluzione invece che come ultima. Proprio per le specie con ruoli chiave nell'ecosistema, l'eliminazione può portare a disturbi ecologici di vasta portata, i cui effetti spesso diventano visibili solo decenni dopo.

Alla fine, il discorso francese richiede più trasparenza, più scienza e meno pregiudizi ideologici. È un appello che dovrebbe trovare ascolto anche in Svizzera: una vera revisione delle liste venatorie e delle autorizzazioni di uccisione deve basarsi su dati robusti e non su risentimenti storici contro presunti «parassiti». La volpe rossa non è solo simbolicamente in primo piano. Rappresenta il confronto più ampio su come le società trattano gli animali selvatici, se come avversari o come parte integrante di ecosistemi intatti.

Quando la caccia per hobby si ferma, il sistema si stabilizza: perché le volpi hanno bisogno di spazi liberi dalla caccia

Un punto spesso trascurato, ma centrale nel dibattito sulla volpe rossa, sono le zone libere dalla caccia. Il Lussemburgo dimostra da anni che rinunciare alla caccia alla volpe non porta né a un'«esplosione» delle popolazioni né a problemi ecologici o sanitari. Al contrario: dove finisce la caccia per hobby, le popolazioni si autoregolano attraverso la formazione territoriale, la disponibilità di cibo e la struttura sociale. Proprio queste esperienze contraddicono direttamente la narrativa venatoria secondo cui l'uomo sarebbe necessario come autorità regolatrice permanente.

Anche in Svizzera esistono già spazi di confronto reali. Il Canton Ginevra è considerato da decenni una zona di fatto libera dalla caccia. Lì non si pratica caccia per hobby, e nemmeno le volpi vengono cacciate sistematicamente. Gli scenari catastrofici continuamente evocati non si sono materializzati. Né Ginevra è «soffocata» dalle volpi, né la biodiversità o la salute pubblica sono collassate. Al contrario, si dimostra che gli spazi urbani e periurbani con alta accettazione della fauna selvatica permettono una coesistenza stabile, purché non si intervenga permanentemente nelle strutture sociali attraverso abbattimenti.

Un ulteriore contromodello è fornito dai parchi nazionali e dalle aree rigorosamente protette, come il Parco Nazionale Svizzero. In queste zone la caccia per hobby è fondamentalmente esclusa. Le volpi fanno lì parte di reti trofiche funzionanti, senza essere definite «animali problematici». Proprio questi spazi mostrano ciò che spesso nasconde la logica venatoria: i predatori non destabilizzano i sistemi, li stabilizzano. La caccia artificiale permanente invece favorisce alti tassi riproduttivi, movimenti migratori e instabilità sociale, esattamente quegli effetti che poi devono servire nuovamente come giustificazione per ancora più abbattimenti.

Per la Svizzera ne risulta una chiara conclusione. Chi parla seriamente di protezione della fauna selvatica, biodiversità e politica basata sull'evidenza, deve almeno esaminare e ampliare le zone libere dalla caccia per la volpe. Lussemburgo, Ginevra e i parchi nazionali non forniscono ideologia, ma dati pratici. Dimostrano che rinunciare alla caccia per hobby non è un rischio, ma un prerequisito per la stabilità ecologica. La questione non è più da tempo se tali modelli funzionino, ma perché vengano ancora bloccati politicamente.

Dossier: Volpe in Svizzera: Predatore più cacciato senza lobby | Caccia alla volpe senza fatti: Come JagdSchweiz inventa problemi

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