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Caccia

Quando il fucile diventa una scusa

Il Canton Berna affronta nuovamente il tema del cormorano in modo offensivo. Il fattore scatenante è un mandato politico: il Gran Consiglio ha richiesto nel 2022 una «gestione sostenibile» della popolazione di cormorani. Ora è disponibile un piano di dodici punti che va dalla rinaturalizzazione agli interventi nelle colonie di nidificazione fino alle misure venatorie.

Redazione Wild beim Wild — 13 gennaio 2026

Parallelamente, il tono nel dibattito pubblico si fa più aspro.

Alcuni articoli da boulevard inquadrano il dibattito come «i pescatori ne hanno abbastanza» e presentano la caccia per hobby come soluzione ovvia. È un copione conosciuto: viene presentato un capro espiatorio visibile e «pratico». Le cause complesse di origine umana passano in secondo piano.

Chi legge la comunicazione del Cantone riconosce: persino Berna non identifica i principali responsabili della crisi nel cormorano, ma in noi esseri umani. Vengono citati cambiamento climatico, riduzione dei nutrienti, utilizzo dell'energia idroelettrica, artificializzazione dei corsi d'acqua e specie invasive. Il cormorano «aggrava» ulteriormente la situazione.

Questo è centrale. Perché questa formulazione sposta la responsabilità: se il cormorano agisce «in aggiunta», allora non è la causa, ma un amplificatore in un sistema già danneggiato.

Cifre che raramente si adattano ai titoli di giornale

Berna parla di circa 3000 uccelli riproduttori e giovani in estate e di 300-600 svernanti. Allo stesso tempo, la classificazione cantonale mostra quanto sia diversa la situazione a seconda del corpo idrico: nel lago di Bienne la pesca preleva in peso molto più pesce dei cormorani, nei corsi d'acqua può essere il contrario.

In altre parole: non esiste un semplice risultato valido ovunque del tipo «il cormorano svuota tutto». Chi invoca genericamente la caccia per hobby fa finta che l'ecologia sia uguale ovunque.

Queste differenze sono decisive quando si tratta di luoghi specifici dove i cormorani nidificano.

Le aree protette come «problema» e il segnale etico

Particolarmente esplosivo è dove si trovano le colonie: nel Fanel e nel delta di Hagneck, cioè in riserve di uccelli acquatici e migratori di importanza nazionale e internazionale. Lì gli interventi sono consentiti solo sotto severe condizioni, solo dopo aver esaminato ed esaurito misure più miti.

Proprio qui il dibattito si ribalta regolarmente: le aree protette vengono retoricamente reinterpretate come ostacolo, invece di essere considerate per quello che sono: il minimo di spazio di rifugio in un paesaggio che abbiamo cementificato e svuotato per decenni.

«Gestione» suona neutrale, ma spesso significa uccidere

Il piano in dodici punti suona tecnocratico, quasi rassicurante. Ma parte di esso sono esplicitamente misure venatorie e interventi nelle colonie riproduttive. Non è una novità. Già nel 2024 si è saputo che Berna pianificava abbattimenti per proteggere le aree di riproduzione.

Il problema centrale rimane: quando la politica vuole dimostrare capacità d'azione, lo sparo è l'azione simbolica più rapida. La rinaturalizzazione invece è faticosa, costosa e politicamente conflittuale. Non funziona in una legislatura, ma in decenni.

La domanda scomoda: perché i pesci sono così vulnerabili?

Il cantone elenca esso stesso le cause. E proprio lì dovrebbe essere la priorità:

  • Arginature e mancanza di dinamica distruggono habitat e siti di riproduzione.
  • Energia idroelettrica e regimi di deflusso minimo vitale modificano temperatura, portata e struttura.
  • Il cambiamento climatico modifica le condizioni, specialmente per le specie dipendenti dal freddo come il temolo.

Se le popolazioni sono comunque al limite, ogni pressione aggiuntiva diventa rilevante, anche la predazione. Ma questo non rende il cormorano «colpevole», bensì parte di un sistema che abbiamo prima indebolito.

Analisi critica della caccia: il vecchio schema in nuova veste

Su wildbeimwild.com osserviamo da anni lo stesso schema: non appena emergono conflitti tra interessi di utilizzo e animali selvatici, la «regolazione» diventa la risposta standard. È comodo, perché esternalizza la responsabilità. L'uccello che si nutre visibilmente viene dichiarato problema. Gli interventi invisibili, canalizzazione, centrali elettriche, perdita di microhabitat, rimangono sullo sfondo.

Chi dice seriamente «protezione delle specie» deve prima proteggere gli habitat, non uccidere animali che in questi habitat danneggiati si limitano a sopravvivere.

Quello che servirebbe ora, invece dei riflessi

Un approccio veramente responsabile dovrebbe soddisfare tre condizioni:

  1. Controllo trasparente dell'efficacia: Non solo contare quanti uccelli sono stati uccisi, ma misurare se le popolazioni ittiche e il successo riproduttivo migliorano realmente. Berna annuncia accompagnamento scientifico e verifica continua, su questo il piano dovrà essere giudicato.
  2. Priorità alla rinaturalizzazione: Le misure che riparano gli habitat devono essere privilegiate finanziariamente e politicamente rispetto agli interventi venatori.
  3. Nessuna comunicazione del capro espiatorio: Chi porta l'opinione pubblica su un corso di abbattimento con «i pescatori ne hanno abbastanza» crea pressioni che alla fine minacciano le aree protette e il diritto di protezione della natura delegittimata.

Il cantone Berna ha ragione quando afferma: le cause sono molteplici. Ma proprio per questo la caccia per hobby sui cormorani non è un «passo coraggioso», bensì spesso una scorciatoia che lascia intatto il problema di fondo. Finché le acque saranno cementificate, surriscaldate e impoverite, il prossimo conflitto arriverà garantito, con il prossimo animale come bersaglio.

Di più sul tema caccia per hobby: Nel nostro Dossier sulla caccia raggruppiamo fact-check, analisi e reportage di approfondimento.

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