24 aprile 2026, 06:37

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Miscellanea

Vallese: Nove protettori del lupo condannati per un post su Facebook

Nove condanne in Vallese dopo il post di «Defend the Wolf»: anche una reazione con emoji può essere considerata in tribunale come partecipazione alla diffamazione.

Redazione Wild beim Wild — 24 aprile 2026

Il Ministero pubblico del Vallese ha emesso il 1° aprile 2026 decreti penali contro nove protettori del lupo, nella maggior parte dei casi con pene pecuniarie sospese condizionalmente.

L'innesco è stata una pubblicazione della pagina Facebook «Defend the Wolf» del 24 dicembre 2023, rivolta al consigliere di Stato SVP Grégory Logean. A essere condannati non sono stati solo gli autori del post, ma anche persone che si erano limitate a mettere un «Mi piace» o a reagire con un'emoji. Il caso porta al centro la spinosa questione giuridica se un semplice like su Facebook costituisca già un consenso punibile a contenuti lesivi dell'onore.

Il post in questione del 24 dicembre 2023

Al centro del procedimento si trova una pubblicazione apparsa il 24 dicembre 2023 sulla pagina Facebook di «Defend the Wolf». La pagina è gestita dall'associazione bernese «Defend The Wolf», che si impegna per la protezione dei lupi in Svizzera. Rhône FM, la prima redazione a rendere pubblica la vicenda, cita i seguenti passaggi del post:

«Siete dei criminali e un giorno dovrete rispondere delle vostre azioni davanti a un tribunale.»

«Non dimenticate che siete vulnerabili quanto altre specie animali.»

«Sarete braccati fino al vostro ultimo rifugio.»

Un ulteriore commento della stessa pagina, corredato da una foto, aggiungeva: «In questo momento è l'unica soluzione per proteggere il lupo in Svizzera.» I destinatari erano cacciatori ricreativi, guardiacaccia e politici che sostengono i decreti di abbattimento dei lupi. La gestualità minacciosa rovescia la retorica della caccia ricreativa e trasforma i cacciatori ricreativi stessi in cacciati.

Il motivo della denuncia penale

Ancora più grave fu un commento apparso sotto il post sulla stessa pagina, già documentato da Rhône FM all'inizio del 2024. Vi si affermava, in sostanza, che sarebbe stato meglio se «anche il padre Logean venisse liquidato». Questa formulazione fu probabilmente la ragione principale per cui Logean presentò una denuncia penale all'inizio di febbraio 2024. Il cantone fece in seguito interrogare tredici persone.

La svolta giudiziaria

Il Ministero pubblico vallesano ha emesso nove decreti penali. I reati contestati: ingiuria, diffamazione e minaccia, attribuiti in modo diverso a seconda della persona. Dei tredici imputati iniziali, nove sono stati condannati; i decreti penali possono ancora essere impugnati mediante opposizione.

Logean si è dichiarato «soddisfatto della svolta giudiziaria» ai microfoni di Rhône FM. Il politico dell'UDC ha parlato di un «segnale necessario» da parte della giustizia, che dimostra che «dietro la propria tastiera e il proprio schermo non ci si può permettere tutto». Logean è presidente dell'«Association romande pour la régulation des grands prédateurs» (ARRGP), che si batte per una maggiore «regolazione» dei predatori – ovvero il loro abbattimento.

Il like come zona grigia

Dal punto di vista giuridico, è particolarmente delicato il fatto che almeno una delle persone condannate non abbia né scritto né condiviso il post, ma vi abbia semplicemente reagito con un'emoji. Il suo difensore, Grégoire Rey, ammette davanti a Rhône FM che il post in sé aveva chiaramente «superato la soglia del diritto penale». Ciononostante impugna la condanna, ritenendola un «interessante caso di scuola». La questione centrale, secondo Rey: «Il semplice fatto di approvare qualcosa costituisce già una partecipazione a ciò che è stato detto?»

Esiste un precedente risalente al 2020: nella sentenza di principio DTF 146 IV 23 (6B_1114/2018 del 29 gennaio 2020), il Tribunale federale ha stabilito che «mi piace» e «condividi» aumentano in modo misurabile la visibilità di un contenuto lesivo dell'onore e possono pertanto essere punibili come ulteriore diffusione di una diffamazione ai sensi dell'art. 173 n. 1 cpv. 2 CP. Il Tribunale ha al contempo sottolineato che un like avviene «di per sé in modo aperto a qualsiasi valutazione»: giuridicamente non costituisce automaticamente un'approvazione, ma viene considerato sotto il profilo della diffusione ulteriore. Se sussista effettivamente una diffusione punibile richiede in ogni caso un esame del singolo caso.

Contestualizzazione: la politica sul lupo in Vallese

Il caso è emblematico dell'irrigidimento crescente delle posizioni tra il movimento per la protezione del lupo e la lobby dei cacciatori ricreativi nella Svizzera romanda. Il Canton Vallese conduce la politica più aggressiva nei confronti del lupo in Svizzera: secondo KORA e il Servizio caccia, pesca e fauna selvatica (DJFW), nel 2025 esistevano undici branchi vallesani, dieci dei quali con riproduzione accertata, per un totale di 75 individui identificati. Nel periodo 2025/26 appena concluso, in Vallese sono stati uccisi complessivamente 27 lupi: tre tramite decreto di abbattimento individuale e 24 nell'ambito della regolazione proattiva dal 1° settembre 2025 al 31 gennaio 2026, tra cui sette cuccioli nell'ambito della regolazione di base. Il consigliere di Stato Christophe Darbellay ha formulato l'obiettivo politico di ridurre il numero di branchi da undici a tre.

Parallelamente al procedimento contro le nove attiviste e i nove attivisti per la protezione del lupo, l'associazione «Defend The Wolf» ha sporto a sua volta denuncia penale contro commentatori che l'avevano insultata online insieme alle sue militanti. Il ricorso reciproco alla giustizia mostra quanto la polarizzazione sia ormai profonda.

Un dato è incontestabile: i toni sui social media si sono radicalizzati in entrambe le direzioni. Da un lato vi sono minacce e appelli a perseguire i cacciatori ricreativi «fino all'ultimo nascondiglio». Dall'altro, messaggi d'odio contro le attiviste per la protezione del lupo, contro le guardie venatorie che eseguono gli abbattimenti e contro ricercatrici e ricercatori. Il caso in Vallese rappresenta un banco di prova giuridico per entrambi gli schieramenti.

Ulteriori informazioni su wildbeimwild.com

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