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Animali selvatici

Uccelli morti nell'ecosistema: più di una vista triste

Quest'inverno le autorità di diverse regioni in Germania segnalano migliaia di cigni, cormorani e oche selvatiche morti, periti per gelo, mancanza di cibo ed esaurimento. Molte persone reagiscono con spontanea compassione, tentano di recuperare o nutrire gli animali, e spesso si mettono in pericolo, ad esempio su ghiaccio sottile. Gli uffici specializzati ricordano che l'aumento delle perdite tra gli uccelli acquatici durante inverni rigidi è un fenomeno noto di mortalità naturale e non significa automaticamente una catastrofe per la popolazione. Allo stesso tempo sottolineano che gli eventi estremi vengono ulteriormente aggravati dal nostro paesaggio culturale con habitat frammentati, rive impermeabilizzate e mancanza di zone di rifugio.

Redazione Wild beim Wild — 17 febbraio 2026

Il distretto di Vorpommern-Rügen, ad esempio, raccomanda attualmente di lasciare per quanto possibile gli uccelli acquatici morti dove si trovano, perché fanno parte del ciclo ecologico e servono come cibo per numerosi altri organismi.

Lo stesso vale per molte situazioni anche in Svizzera, dove le opere di consolidamento artificiale delle sponde, l'agricoltura intensiva e la pressione del tempo libero limitano già fortemente la capacità di adattamento degli animali selvatici in inverno.

Uccelli morti come motore di vita

Dal punto di vista dell'ecologia delle carogne, i cadaveri non sono «rifiuti», ma hotspot di biodiversità: su un singolo animale morto pullulano batteri, funghi, larve di insetti, coleotteri necrofagi, uccelli necrofagi e mammiferi come volpi o linci. I ricercatori parlano di vere e proprie «isole di nutrienti» che stimolano massicciamente la crescita delle piante. In studi, ad esempio, cardi crespi vicino alle carcasse sono risultati più di cinque volte più grandi rispetto ai siti di controllo, con una diversità di insetti corrispondentemente moltiplicata. La vegetazione aggiuntiva a sua volta nutre erbivori e i loro predatori, creando una spinta locale per l'intera rete alimentare.

Mentre quindi ci troviamo davanti a un cigno morto e vediamo solo la perdita, sullo sfondo innumerevoli organismi invisibili traggono beneficio da questa risorsa. La lobby venatoria racconta volentieri la storia che deve «prelevare» precocemente animali «malati e deboli» per «prevenire sofferenze», ma di fatto sottrae così agli ecosistemi proprio quelle carcasse che servono come base di una comunità vivente sorprendentemente ricca. Un rapporto comparabile si conosce dal «legno morto vivente»: anche lì si dimostra che materiale apparentemente morto è indispensabile per migliaia di specie.

Mortalità naturale invece di «gestione» venatoria

Negli ecosistemi seminaturali le popolazioni di fauna selvatica si autoregolano attraverso la mortalità naturale: fame, malattie, parassiti, condizioni meteorologiche e predazione fanno sì che non tutti gli individui sopravvivano. Inverni rigidi aumentano queste perdite, ma a lungo termine le popolazioni si adattano, dato che muoiono soprattutto animali indeboliti o mal adattati e le risorse si liberano per quelli rimanenti. Proprio questi processi la caccia per hobby cerca di sovrastare con la sua ideologia di «gestione», nutrendo intensivamente, mantenendo artificialmente alti gli stock e affermando contemporaneamente che senza abbattimenti gli animali selvatici «morirebbero miseramente».

Detto in termini espliciti: ciò che la natura regola attraverso selezione e cicli viene reinterpretato dall'hobby come messa in scena di nutrimenti di «emergenza» e abbattimenti «protezionistici». Le autorità attualmente indicano piuttosto il contrario: azioni di nutrizione autonome e «tentativi di salvataggio» possono diventare pericolosi sia per gli esseri umani che per gli uccelli, ad esempio per il crollo nel ghiaccio o la diffusione dell'influenza aviaria. Il fatto che in periodi invernali si presentino anche più frequentemente malattie come l'influenza aviaria e colpiscano ulteriormente animali indeboliti è biologicamente ben documentato e un ulteriore motivo per cui uccelli malati devono essere lasciati in pace e non «raccolti».

La nostra empatia e i suoi punti ciechi

Il turbamento per i cigni morti nel parco è reale e umano, mostra che siamo capaci di percepire la sofferenza di altri esseri viventi. Allo stesso tempo rivela uno squilibrio: piangiamo per il singolo animale visibile, mentre ignoriamo in gran parte le conseguenze spesso invisibili del nostro stile di vita, la crisi climatica, la perdita di habitat, i pesticidi, le linee elettriche. La lobby venatoria sfrutta questa lacuna emotiva servendo l'immagine del colpo «pietoso» che supostamente preserva gli animali da fame o malattia, inscenandosi così come istanza morale.

In realtà, poco depone a favore del fatto che i cacciatori per hobby riducano la sofferenza, anzi il contrario: vengono sistematicamente ignorati gli animali feriti e colpiti, le battute di caccia con cani e le rumorose battute collettive, benché siano difficilmente conciliabili con l'empatia? Chi vuole parlare onestamente di compassione in inverno, non dovrebbe partire dal fucile, ma dalla protezione conseguente dell'habitat, dalla disattivazione delle trappole mortali tecniche e dall'accettazione di una mortalità naturale che nell'ecosistema genera più vita di quanta ne distrugga.

Quello che potremmo davvero fare

Chi vede uccelli morti in inverno può agire in modo sensato, senza intervenire distruttivamente nel ciclo dell'ecosistema. È raccomandabile: mantenere le distanze, soprattutto in caso di sospetta influenza aviaria, e non toccare animali morti; informare le autorità competenti quando molte carcasse si trovano in un unico luogo. Nessuna «azione di salvataggio» spontanea su superfici ghiacciate, nessun alimentazione che abitui inutilmente gli animali agli esseri umani e a luoghi pericolosi. Fare pressione politica per habitat sicuri: disattivazione di linee elettriche per grandi uccelli, zone riparie rinaturate, zone di tranquillità per uccelli acquatici e migratori. E non da ultimo: mettere in discussione le narrative di «gestione» venatoria che inscenano la mortalità naturale come dramma per legittimare abbattimenti e alimentazioni.

Gli uccelli morti in inverno sono per noi un'immagine toccante, per l'ecosistema sono fonte di nutrimento, motore per nuove piante e insetti, luogo di apprendimento per volpi e rapaci. Chi comprende questo, avrà più difficoltà a credere al racconto romantico di una caccia per hobby «necessaria», e tanto più facilmente a impegnarsi per una vera protezione della fauna selvatica.

Altro sul tema caccia per hobby: Nel nostro Dossier sulla caccia raccogliamo verifiche dei fatti, analisi e reportage di approfondimento.

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