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Caccia

La caccia ricreativa ingrandisce il problema che vuole risolvere

La caccia è ancora considerata in Svizzera una tradizione, un contributo alla «cura» e alla regolazione delle popolazioni selvatiche. Ma cosa succede se proprio questa forma di caccia ricreativa è la causa di molti problemi, e non la loro soluzione?

Redazione Wild beim Wild — 3 novembre 2025

Da decenni le popolazioni di cervo nobile in Svizzera sono in costante aumento.

Se all'inizio del millennio si contavano circa 23'000 esemplari, nel 2024 erano già oltre 40'000. Anche il numero degli abbattimenti è praticamente raddoppiato nello stesso periodo. Eppure la popolazione ha continuato a crescere. I dati parlano chiaro: la caccia ricreativa non funziona come strumento di regolazione. Ciononostante, nel linguaggio venatorio lo si definisce probabilmente: «regolazione riuscita».

Anche il grande palco ramificato del cervo nobile è considerato un trofeo, e proprio qui risiede il problema. La maggior parte dei cacciatori ricreativi punta preferibilmente agli esemplari maschi. Tuttavia, è ormai scientificamente dimostrato che questo orientamento degli abbattimenti è controproducente.

Più cervi vengono abbattuti in un'area, meno vitelli maschi nascono. La popolazione cresce quindi nonostante (o a causa della) caccia ricreativa.

Il rapporto tra i sessi si altera: meno maschi significano più femmine, e quindi più cuccioli. Un calcolo semplice, ma fatale.

Un ecosistema fuori equilibrio

I cervi nobili fanno parte del naturale ecosistema. In una natura intatta, predatori come il lupo, la lince o l'orso regolerebbero le loro popolazioni. Tuttavia, questi regolatori naturali sono stati sistematicamente sterminati nel corso dei secoli. La conseguenza: i cacciatori ricreativi assumono il ruolo dei predatori, ma senza la loro sensibilità ecologica.

Invece di agire secondo principi biologici, domina la caccia ai trofei. I maschi anziani e forti – animali geneticamente preziosi – vengono eliminati, mentre le femmine fertili sopravvivono. Il risultato: popolazioni sempre più dense, maggiori danni alle foreste, più incidenti con la fauna selvatica e una base genetica più debole della popolazione. I cacciatori per hobby favoriscono esattamente ciò che affermano di combattere.

La scienza contraddice il mito della caccia

La natura ha da tempo il suo ordine. In un ecosistema integro, i predatori come il lupo o la lince regolerebbero le popolazioni di cervi in modo naturale, selettivo, efficiente e senza licenza di caccia.

I biologi faunistici hanno analizzato oltre diecimila abbattimenti e hanno riscontrato schemi chiari:

  • Maggiore è la densità della popolazione, minore è il numero di vitelli maschi.
  • Maggiore era la presenza di cervi anziani oltre i dieci anni nel gruppo, più alto era il tasso di discendenza maschile.

La conclusione: solo se vengono abbattute più femmine di cervo e i maschi più anziani sopravvivono, la popolazione può diminuire nel lungo periodo e rimanere stabile.

Ma questo contraddice la logica della caccia ricreativa, che orienta la propria attività in base alle dimensioni del palco e non alla necessità ecologica. Il risultato? Una foresta piena di caprioli e cervi, ma senza futuro.

Il mito del «cacciatore ricreativo sostenibile»

Molti cacciatori per hobby amano definirsi protettori della natura. Ma chi mira principalmente ai trofei non caccia per senso di responsabilità, bensì per passione, mancando così il compito autoproclamato della «cura della selvaggina».

La sostenibilità significa comprendere e preservare un ecosistema. La forma attuale di caccia, tuttavia, disturba i processi naturali, favorisce le sovrappopolazioni e ostacola la rigenerazione delle foreste.

La caccia ricreativa, così come viene praticata oggi, è un autoinganno ecologico: un tentativo di risolvere un problema con gli stessi mezzi che lo causano.

La caccia ricreativa non è protezione della natura, è intrattenimento nel tempo libero con il fucile. Produce sangue, rumore e cifre con cui i cacciatori per hobby si autogiustificano, ma il bilancio ecologico è disastroso.

Invece di proteggere la foresta, la caccia ricreativa favorisce:

  • sovrappopolazioni dovute a una selezione errata degli obiettivi,
  • danni nelle foreste di protezione causati da un brucamento eccessivo,
  • e una popolazione animale geneticamente impoverita, perché i migliori esemplari cadono per primi.

Nel frattempo si vende al pubblico la caccia come «hege» – una parola di pubbliche relazioni che si presta ottimamente a mascherare la responsabilità.

Tempo per un cambiamento di mentalità

Una gestione faunistica orientata al futuro dovrebbe puntare sulla scienza anziché sulla tradizione:

  • Abbattimento mirato delle femmine invece della caccia ai trofei.
  • Protezione dei maschi più anziani per garantire rapporti tra i sessi stabili.
  • Promozione dei predatori naturali, che ripristinano l'equilibrio.

Solo così la gestione della fauna selvatica può essere davvero sostenibile, non come passatempo, ma come parte di una responsabilità ecologica.

La caccia ricreativa nella sua forma attuale non è uno strumento di regolazione, né per il cervo, né per la volpe o il cinghiale, bensì un motore della sovrappopolazione. Danneggia la fauna selvatica, il bosco e alla fine anche sé stessa. Chi vuole davvero fare qualcosa per la natura deve smettere di considerarla un deposito di trofei e iniziare a comprenderla.

La caccia ricreativa non è protezione della natura, ma disturbo della natura con tradizione. È un rituale di auto-rappresentazione, camuffato da necessità ecologica. Nel frattempo bosco, fauna selvatica e biodiversità soffrono sotto un sistema che non riesce ad autoregolarsi, perché non ne ha alcuna intenzione.

È giunto il momento di seppellire il mito del nobile cacciatore per hobby. Non è lo sparo a rendere il bosco più sano, ma il cessare di sparare.

Ulteriori informazioni sulla caccia ricreativa: Nel nostro dossier sulla caccia raccogliamo fact-check, analisi e reportage di approfondimento.

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