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Caccia

Caccia al lupo 2026 fermata: i tribunali proteggono il lupo

In Svezia doveva iniziare il 1° gennaio 2026 la caccia su licenza ai lupi, con quote di abbattimento in ben cinque province e l'obiettivo dichiarato di regolare politicamente verso il basso la popolazione di questi animali. Ma invece di spari sono arrivate sentenze: i tribunali amministrativi hanno annullato le decisioni di caccia, e la corte d'appello di Sundsvall ha fermato definitivamente la caccia su licenza prevista per il 2026.

Redazione Wild beim Wild — 9 febbraio 2026

Motivazione: le autorità non sono riuscite a dimostrare che la caccia per hobby non mette in pericolo lo stato di conservazione favorevole della popolazione; la protezione della specie legalmente dovuta semplicemente non era garantita.

Proprio in un paese che viene spesso citato dalla lobby venatoria svizzera come modello per una «robusta regolazione del lupo», la magistratura dimostra quanto sia fragile il fondamento politico-venatorio di questa narrazione. Mentre la politica UE e i governi nazionali vogliono trasformare gradualmente il lupo di nuovo in una risorsa cacciabile, devono essere i tribunali a salvare la protezione delle specie che i legislatori stessi stanno minando.

Contesto: caccia su licenza basata su obiettivi numerici politici

Il governo svedese aveva ridotto l'obiettivo per lo «stato di conservazione favorevole» del lupo da 300 a 170 animali e voleva raggiungere questo numero stabilito politicamente attraverso un'intensificazione della caccia per hobby. Su questa base, diverse amministrazioni distrettuali hanno deciso una caccia su licenza con una quota fino a 48 lupi in cinque regioni: Dalarna, Södermanland, Västmanland, Västra Götaland e Örebro.

Le organizzazioni ambientaliste hanno criticato il fatto che né la diversità genetica né i movimenti migratori fossero sufficientemente considerati, né che il monitoraggio e i trasferimenti di animali in pericolo fossero stabiliti in modo affidabile. Già in prima istanza, i tribunali amministrativi hanno annullato tutte e cinque le decisioni di caccia, perché il valore di riferimento di 170 lupi non poteva essere giustificato scientificamente in modo sostenibile. Il tribunale d'appello ha confermato questa linea e ha fatto esplicito riferimento alla pratica consolidata di fissare il limite inferiore ad almeno 300 lupi in Svezia. Con questo la caccia su licenza 2026 era di fatto morta.

Stato di diritto vs. lobby venatoria: cosa dice veramente la sentenza

La sentenza di Sundsvall chiarisce che i numeri desiderati dalla politica venatoria non bastano per intervenire su popolazioni rigorosamente protette. Autorità e associazioni venatorie devono dimostrare secondo il diritto UE e la Direttiva Habitat che gli abbattimenti non compromettono lo stato di conservazione favorevole, ed esattamente questa prova è fallita in Svezia. I tribunali sottolineano così qualcosa che nel dibattito politico viene volentieri rimosso: il diritto di protezione delle specie non è un barometro dell'umore, ma diritto vincolante che richiede dati scientificamente attendibili. Quando i tribunali amministrativi fermano la caccia su licenza, non lo fanno per «romanticismo del lupo», ma perché le autorità hanno mancato i propri standard legali minimi per motivazione, monitoraggio e valutazione del rischio. In pratica i tribunali sono così l'ultima istanza che impedisce che caccia ricreativa, pressione delle associazioni e campagne populiste causino danni irreparabili a specie rigorosamente protette.

Contesto europeo: UE facilita l'abbattimento, i tribunali frenano

Il momento della sentenza svedese è esplosivo, perché gli Stati UE hanno contemporaneamente abbassato lo status di protezione del lupo e hanno voluto politicamente un abbattimento più rapido. Dopo il declassamento nella Convenzione di Berna e le corrispondenti decisioni UE, i lupi dovrebbero essere cacciati più facilmente e integrati nelle leggi nazionali sulla caccia. In Germania il governo federale favorisce esattamente questo passo, mentre le associazioni ambientaliste come NABU e WWF avvertono contro una regolamentazione che apre le porte a una caccia al lupo su larga scala. I messaggi politici dicono: «Il lupo è troppo numeroso», «La popolazione rurale soffre», «La caccia per hobby risolve i problemi», mentre la base scientifica rimane spesso debole, citata selettivamente o viene ignorata. Che la Svezia fallisca sui criteri legali dello stato di conservazione favorevole nonostante la pressione politica, è quindi un segnale per tutta l'Europa: chi vuole cacciare il lupo deve fornire più di slogan e le lamentele della lobby degli allevatori.

Doppio messaggio dai tribunali: protezione con riserve

Lo stop svedese della caccia su licenza è un importante successo parziale per il lupo, ma non un trionfo romantico della protezione delle specie. I tribunali richiedono più monitoraggio, più campioni di DNA, più collari GPS e più strumenti amministrativi per controllare ancora più precisamente la popolazione del lupo e renderla politicamente gestibile. La popolazione viene compressa in corridoi target di poche centinaia di animali, venduti come «protezione», nonostante i lupi regolino autonomamente la propria densità di popolazione come predatori. Lo stato di diritto corregge attualmente gli eccessi più grossolani di una politica venatoria politicizzata, ma costruisce al contempo un regime di sorveglianza che a lungo termine può essere tradotto nuovamente in quote di caccia in qualsiasi momento. Per la protezione pratica questo significa: nessun abbattimento nel 2026, ma anche nessun riconoscimento del lupo come componente ecosistemico autoregolante a pieno titolo, bensì come unità amministrativa bilanciata tra interessi lobbistici.

Svizzera ed Europa centrale: segnale di allarme o modello?

Per la Svizzera e altri paesi dell'Europa centrale, dove il lupo si sta espandendo di nuovo dopo secoli di persecuzione, la sentenza svedese è un segnale duplice. Da un lato mostra alle organizzazioni di protezione della natura che la via attraverso i tribunali amministrativi può fare una differenza reale, dal programma di caccia su licenza fermato fino ai singoli lupi il cui abbattimento viene inizialmente impedito. Dall'altro rivela quanto fortemente i tribunali si basino sulle direttive politiche: quando i parlamenti trascinano il lupo nel diritto di caccia e negoziano al ribasso il valore di riferimento, anche i tribunali si orienteranno prima o poi su questi standard abbassati. L'attuale ondata di disegni di legge che vogliono rendere il lupo una specie cacciabile minaccia quindi non solo singoli branchi, ma la soglia giuridica al di sopra della quale i tribunali possono ancora intervenire a favore dellaprotezione delle specie. Chi oggi celebra lo stop svedese della caccia al lupo, dovrebbe domani combattere contro tali modifiche legislative, altrimenti lo stato di diritto rimane formalmente intatto, ma sostanzialmente ridotto a un minimo definito dalla lobby venatoria.

Il lupo ha bisogno di tribunali e politica che non lo pugnalino alle spalle

La sentenza svedese contro la caccia al lupo 2026 è un caso di studio su come i tribunali proteggano meglio il lupo dellapolitica, finché il quadro giuridico è sufficientemente forte. Rivela quanto negligentemente le autorità trattino concetti come «stato di conservazione favorevole», quando lo intendono principalmente come lasciapassare per quote di abbattimento. Al contempo ricorda che il diritto di protezione delle specie non è un ostacolo fastidioso per la caccia ricreativa, ma una promessa di protezione verso le specie protette, una promessa che non è compatibile con ambiziosi piani di caccia.

Per l'Europa e in particolare l'area germanofona rimane la domanda: permettiamo che il lupo diventi nuovamente obiettivo legittimo del fucile attraverso decisioni UE e leggi nazionali sulla caccia, oppure difendiamo un quadro giuridico in cui i tribunali abbiano ancora la forza di abbassare i fucili?

Di più sul tema caccia per hobby: Nel nostroDossier sulla caccia raccogliamo fact-check, analisi e reportage di approfondimento.

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