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Legge sulla caccia

Fondazione Capellino: ragione invece di romanticismo del piombo

In Italia si agita qualcosa: la politica vuole «modernizzare» la caccia ricreativa, ovvero ancora più armi, meno regole e ancora più carte bianche per il «tiro ecologico».

Redazione Wild beim Wild — 4 novembre 2025

La Fondazione Capellino dice: basta con questo assurdo spettacolo.

Perché mentre la politica predica romanticismo venatorio, la realtà assomiglia piuttosto a un western scritto male, con i cinghiali nel ruolo secondario e la natura come danno collaterale.

Il disegno di legge n. 1552 dovrebbe «adeguare» la legge sulla caccia 157/92. Tradotto: più spari, meno tutele. Peccato che il 70% della popolazione, secondo i sondaggi Ipsos e Piepoli, la pensi in modo completamente diverso. Ma da quando la maggioranza interessa ai politici, quando da qualche parte un'associazione di cacciatori sfoggia una salsiccia alla griglia?

Nulla giustifica la caccia, forse a parte l'ego

Oltre 210’000 persone hanno seguito l'evento «Nulla giustifica la caccia» in diretta. Circa 200’000 in più rispetto a quante si presentano a una tipica assemblea di cacciatori con gulasch gratuito.

Il presidente della fondazione Pier Giovanni Capellino rimane pacato, sorprendentemente più pacato di quanto la situazione meriterebbe:

Non vogliamo vietare la caccia, ma impedire che nuove leggi aggravino il danno.

Una frase che suona come se non si volesse spegnere un incendio, ma almeno impedire che i pompieri ci versino sopra ancora benzina.

Scienza invece di saggezze venatorie

La Fondazione Capellino punta sui fatti. Una commissione indipendente composta da vere esperte ed esperti dovrà in futuro esaminare scientificamente il tema della caccia, ovvero persone con microscopio anziché con cannocchiale di mira.

Perché i miti dei cacciatori resistono tenacemente come i residui di piombo nella selvaggina:

  • «Tutaliamo la biodiversità!» – Decimandola?
  • «Siamo protettori della natura!» – Con il silenziatore?
  • «Senza di noi ci sarebbero troppi animali!» – Senza di voi forse ci sarebbero troppi argomenti.

In effetti, gli ecologi di tutto il mondo lo dimostrano: la natura si regola da sola, se la si lascia fare. Il problema è che questo disturba proprio coloro che amano atteggiarsi a «vicari di Dio nel bosco».

La politica in preda alla febbre venatoria

La deputata Eleonora Evi ha colto nel segno durante l'evento (e non il cinghiale):

L'idea che la caccia contribuisca alla tutela della biodiversità è scientificamente infondata.

Questo non impedisce ad alcuni parlamentari di atteggiarsi a eroi ecologici mentre lucidano il fucile nell'armadio. A quanto pare, in Italia come altrove, basta un porto d'armi per diventare all'improvviso un «gestore della natura», una qualifica professionale che nella realtà esiste più o meno quanto i cacciatori ricreativi senza piombo.

La caccia – ultimo rifugio dei miti maschili

Diciamoci la verità: la caccia ricreativa non è più da tempo un «mestiere necessario», bensì un'attività sostitutiva per chi comprende la natura solo sotto forma di trofei. Quando i cacciatori per hobby raccontano di «amare gli animali», suona un po' come:

Amo mia moglie – soprattutto come carta da parati.

E quando le associazioni venatorie dichiarano di «lottare per la tutela delle specie», è come se McDonald's consegnasse il premio per la protezione degli animali.

Fondazione Capellino: fatti, non fucili

La Fondazione chiede pertanto una commissione indipendente e scientificamente fondata, libera da lobbismo, ideologia e luoghi comuni da osteria. Obiettivo: comprendere la realtà, non idealizzarla. Perché il problema più grande della caccia ricreativa non è la selvaggina, ma la visione del mondo.

Si tratta di biodiversità, bene comune e responsabilità. Cose che non si possono sparare, ma solo proteggere.

Capellino lo afferma chiaramente:

Non abbiamo nulla da guadagnare, ma tutto da difendere: il diritto delle generazioni future a vivere in armonia con la natura.

Una frase che nei circoli venatori viene probabilmente considerata «radicale». Lì dove si crede che uno sparo nel bosco crei in qualche modo «equilibrio».

Conclusione: basta con la favola del grilletto verde

La caccia non è tutela della natura, ma un hobby con sanguinosi effetti collaterali. La Fondazione Capellino ci ricorda che la vera protezione ambientale si basa sulla conoscenza, non sulle fandonie da cacciatori.

Mentre alcuni continuano a sognare di essere «custodi del bosco», la Fondazione lavora a un futuro in cui il bosco non ha più bisogno di custodi armati.

Perché la natura non ha bisogno di salvatori in mimetica: ha solo bisogno che si smetta, finalmente, di spararle addosso.

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