Quando l'«Istituto» difende la caccia per hobby: una verifica dei fatti
Un articolo di blog molto citato lamenta la «mancanza di parole delle associazioni venatorie». Chi c'è dietro e quali argomenti non reggono a un esame.
Sotto il titolo «Etica della caccia – mancanza di parole delle associazioni venatorie!» è apparso nel maggio 2026 un articolo che riscuote attenzione negli ambienti venatori.
L'ha scritto il Dr. Wolfgang Lipps, amministratore delegato del «JUN.i Institut für Jagd, Umwelt und Naturschutz». Il testo accusa l'Associazione venatoria tedesca (DJV) di fallire nel giustificare la caccia per hobby e fornisce direttamente quelli che ritiene siano gli argomenti migliori. Noi li abbiamo verificati.
Anticipiamo il risultato: la critica alla DJV è notevole, perché proviene dal suo stesso schieramento. La controargomentazione proposta a favore della caccia per hobby non regge tuttavia a un esame oggettivo in diversi punti decisivi.
Chi parla qui: nessun istituto neutrale
Il termine «istituto» suscita aspettative di indipendenza scientifica. Questa aspettativa è ingannevole. Il «JUN.i Institut» è una società a responsabilità limitata (GmbH) registrata con sede a Liepe, presso Eberswalde, fondata nel 2009, il cui scopo sociale è l'elaborazione di perizie nonché prestazioni di consulenza nell'ambito della caccia e del diritto venatorio. Vi è annessa una consulenza aziendale commerciale. L'amministratore delegato Lipps è stato per quasi cinque decenni avvocato d'affari, è un appassionato cacciatore per hobby, formatore di giovani cacciatori e autore di diversi libri favorevoli alla caccia.
Qui non si esprime un istituto di ricerca neutrale, bensì un dichiarato sostenitore della caccia per hobby, che trae anche un vantaggio economico dalla consulenza e dalle pubblicazioni inerenti alla caccia per hobby. Chi legge il termine «istituto» e si aspetta una distanza accademica cade vittima di un'abile auto-etichettatura.
Lo stesso vale per la seconda autorità su cui si basa l'articolo: il «Forum Lebendige Jagdkultur». Suona come un think tank, ma è un'associazione fondata nel 1996 da scrittori di caccia, artisti e «amici della caccia», che secondo lo statuto si dedica alla cura della «cultura venatoria» e si oppone esplicitamente a una gestione sobria della fauna selvatica. Può diventare membro chiunque sia appassionato di cultura venatoria. Anche questa è rappresentanza di interessi, non scienza.
I numeri: all'incirca corretti, ma inquadrati in modo fuorviante
L'articolo si apre con l'immagine di «471’000 persone» che possono «aggirarsi armate per boschi e campi», come prova di una presunta «crescente popolarità» della caccia. La cifra ufficiale è leggermente inferiore: secondo le statistiche del Ministero federale dell'agricoltura, nel 2024 circa 460'770 persone erano titolari di una licenza di caccia.
Più decisivo è però ciò che la cifra tace. Una licenza di caccia è un attestato di idoneità rilasciato dalle autorità, non una prova di attività. Secondo le stime, di queste solo circa 250'000-300'000 persone cacciano effettivamente in modo regolare; una parte considerevole rilascia la licenza «per riserva» o per altri motivi. Dedurre da un numero crescente di licenze rilasciate una crescente «popolarità della caccia» è quindi statisticamente scorretto. Chi desidera approfondire trova la disamina in merito nel nostro articolo Quanti cacciatori per hobby sono davvero attivi in Germania.
Le cifre di prelievo citate (circa 1,3 milioni di caprioli, circa 550'000 cinghiali nell'anno venatorio 2023/24) coincidono invece con i dati ufficiali.
Errore di ragionamento 1: la natura come maestra di morale
Il cuore dell'argomentazione è al tempo stesso il suo punto più debole. L'articolo dichiara il principio «mangiare ed essere mangiati» come «principio fondamentale della natura» e ne deriva una «legittimazione originaria eticamente obbligata della caccia».
Si tratta di un classico errore naturalistico: da ciò che accade in natura non deriva nulla riguardo a ciò che l'essere umano dovrebbe fare. Malattia, parassitismo e la morte dei cuccioli sono anch'essi «principi naturali», senza che nessuno li dichiari precetti etici. Chi giustifica l'uccisione richiamandosi al corso della natura abbandona inoltre la propria pretesa, formulata dal testo stesso pochi paragrafi prima: che la caccia debba essere «eticamente sostenibile». L'etica comincia proprio là dove l'essere umano si distacca dal mero accadere naturale.
A ciò si aggiunge: la caccia per hobby non è una necessità alimentare, ma un'attività del tempo libero. Il paragone con il predatore naturale, che uccide per fame, cade quindi fin da subito nel vuoto.
Errore di pensiero 2: «All'inizio c'era la caccia» – una tesi superata
Il contributo fonda la legittimazione della caccia su una grande narrazione: 1,7 milioni di anni fa la caccia avrebbe avviato l'ominazione («rivoluzione venatoria»). Nello stesso respiro l'autore ammette che «diverse discipline specialistiche» hanno criticato o messo in dubbio questa cosiddetta tesi «Man the Hunter», salvandola poi però con la formula secondo cui essa avrebbe «a proprio favore l'argomento della plausibilità storica».
Proprio questo è il punto: la plausibilità non è una prova. La tesi è considerata nell'antropologia moderna in larga parte superata, tra l'altro perché l'importanza della raccolta, il contributo delle donne all'approvvigionamento alimentare e il ruolo dell'utilizzo delle carogne sono stati a lungo sottovalutati. Anche se la narrazione fosse vera, rimarrebbe la frattura logica: il fatto che i nostri antenati cacciassero non fonda alcun diritto alla caccia ricreativa nel presente. Ancora una volta è il salto dall'essere al dover essere.
Lo stesso schema si manifesta nel preteso «istinto venatorio geneticamente predisposto»: introdotto senza prove e subito relativizzato con l'ammissione che esso non potrebbe «legittimare la caccia in quanto tale». Un argomento che si ritira da sé nella stessa frase non porta nulla.
Errore di pensiero 3: la Costituzione come testimone chiave unilaterale
Infine il contributo si richiama alla Legge fondamentale: la caccia parteciperebbe, attraverso il diritto di caccia legato alla proprietà fondiaria, alla tutela dell'art. 14 della Legge fondamentale e servirebbe «al bene della collettività».
Questa interpretazione non è sbagliata, ma selettiva. Il testo cita l'art. 20a della Legge fondamentale tedesca, che pone le basi naturali della vita e gli animali sotto la protezione dello Stato, ma omette che proprio questo articolo può limitare la libertà di proprietà. Anche l'art. 14 della Legge fondamentale citato contiene la frase «La proprietà obbliga» e consente al legislatore di limitarne l'uso nell'interesse del bene comune. Il vincolo sociale della proprietà, che il contributo porta come argomento a favore della caccia, agisce nella realtà in entrambe le direzioni: può limitare la caccia tanto quanto renderla possibile. Dedurre dalla Legge fondamentale una posizione quasi intoccabile della caccia per hobby è eccessivo.
Il quadro retorico
Infine, è notevole il tono. Le posizioni contrarie vengono liquidate come «banalità poco competenti e vuote formule a buon mercato», il silenzio del DJV viene paragonato alla «strategia di difesa della Bundeswehr». L'etica animale appare solo nella sua «forma estrema» come movimento per i diritti degli animali, ovvero come una caricatura contro cui è comodo argomentare. L'intero ampio campo delle posizioni etiche sugli animali, che si interroga con sobrietà sulla giustificazione dell'uccidere, non compare. E nel bel mezzo della presunta discussione etica, l'autore promuove il proprio forum, il proprio documento di conferenza e un libro proveniente dalle proprie file.
Il contributo è istruttivo, ma in modo diverso da quanto intende. Mostra che persino all'interno dei cacciatori per hobby vi è insoddisfazione per l'autorappresentazione delle associazioni. E allo stesso tempo dimostra dove una giustificazione della caccia per hobby fallisce, non appena dovrebbe andare oltre l'umore: confonde la natura con l'etica, la preistoria con il presente e una lettura unilaterale della costituzione con la vincolatività. Un «istituto» nel nome e un'associazione alle spalle non sostituiscono un argomento solido.
La vera domanda che il contributo stesso solleva resta senza risposta: perché un'attività del tempo libero che uccide animali selvatici dovrebbe essere ancora eticamente doverosa in una società con un'offerta alimentare garantita. Qui senza parole non è solo il DJV, ma anche l'istituto.
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