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Caccia per hobby e omicidio: perche il confine tra diritto e morale si fa sfumato

Tra diritto e morale: perche il dibattito su animali, uccisione e diritti degli animali non e concluso.

Redazione Wild beim Wild — 28 luglio 2026

La caccia per hobby e « omicidio »? Questa domanda non trova risposta ne giuridica ne morale in una sola frase.

Sul piano giuridico il termine e definito chiaramente e riferito esclusivamente all'uccisione di esseri umani. Sul piano morale, invece, nel dibattito sui diritti degli animali viene spesso usato deliberatamente come provocazione, per indicare un punto dolente: gli animali sono esseri viventi, non cose come una sedia o un forno, ma nel diritto vigente non sono nemmeno esseri umani.

Questa posizione intermedia non e una legge di natura, bensi il risultato di uno sviluppo storico. Cio che oggi appare giuridicamente ovvio non lo era affatto in passato. Anche la posizione delle donne nel diritto e cambiata enormemente nel corso dei secoli; a lungo esse sono state discriminate, private della capacita giuridica o trattate come inferiori. Questo dimostra: il diritto non e assoluto, ma mutevole, e si trasforma sotto la pressione dell'etica, della scienza e della coscienza sociale.

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Gli animali non sono cose, ma nemmeno persone

In Svizzera gli animali sono stati giuridicamente svincolati dal puro status di cosa. E stato un passo importante, perche gli animali sono stati riconosciuti come esseri viventi capaci di provare sensazioni e sofferenza. Tuttavia, nel diritto essi restano in molti ambiti ancora legati alla logica della proprieta e del patrimonio. E proprio questa tensione a rendere il dibattito cosi delicato.

Dal punto di vista biologico, la vicinanza tra uomo e animale è indiscussa. Molte specie animali condividono gran parte del loro DNA con noi, e soprattutto nei mammiferi superiori la parentela è evidente. Da ciò non deriva automaticamente una piena equiparazione giuridica, ma sicuramente un forte argomento etico: chi riconosce la capacità di soffrire non può trattare gli animali come se fossero oggetti inanimati.

Quanto poco valga questa protezione nella vita quotidiana lo dimostra l'estate del 2026: a causa della persistente siccità, su molti alpeggi svizzeri mancavano acqua e foraggio, e le contadine e i contadini hanno dovuto riportare anticipatamente i loro animali a valle o farli macellare d'urgenza. Nemmeno un bisogno fondamentale come l'acqua è garantito in modo affidabile agli animali in situazioni di emergenza acuta. La protezione legale esiste sulla carta, ma non appena le condizioni cambiano si vede quanto poco regga nella pratica.

Ancora più fondamentale è la mera dimensione dell'uccisione. Ogni anno in Svizzera vengono macellati oltre 85 milioni di animali per la produzione di carne, la maggior parte dei quali pollame. Se venissero uccise sistematicamente così tante persone, si parlerebbe di uno dei più grandi crimini della storia. Per gli animali lo chiamiamo agricoltura, e nessuno ne viene chiamato a rispondere.

Gli animali hanno un carattere

La ricerca sul comportamento descrive in numerose specie animali differenze individuali stabili, che ricorrono in termini di coraggio, timidezza, curiosità, aggressività e prudenza, simili a ciò che negli esseri umani viene considerato personalità. Tali schemi sono documentati non solo nei mammiferi, ma anche negli uccelli, nei pesci e negli insetti. Da ciò non si può più giustificare un divario categoriale tra uomo e animale, al massimo una differenza graduale nel livello di autoriflessione.

La caccia per hobby non è solo un tema naturalistico

La caccia per hobby viene spesso presentata come cura, tutela o necessaria gestione della fauna selvatica. Ma è sempre anche un sistema di uccisione. E non è priva di rischi: ripetutamente, negli incidenti di caccia, anche le persone subiscono danni o addirittura muoiono, come documenta con numerosi casi la rubrica Criminalita e caccia di wildbeimwild.com. La caccia per hobby non è quindi soltanto una forma romanticizzata di rapporto con la natura, ma una pratica con conseguenze reali per animali ed esseri umani.

Chi difende la caccia per hobby argomenta di solito con la regolazione, la protezione del bosco o i danni causati dalla selvaggina. I critici e le critiche ribattono che l'uccisione in sé non diventa un atto moralmente neutro solo perché è legale. Proprio qui diventa visibile la differenza tra diritto ed etica: legale non significa automaticamente legittimo.

Che si possa fare anche diversamente lo dimostra il cantone di Ginevra. Lì la caccia privata è vietata già dal 1974. La gestione degli animali non umani, l'osservazione e gli interventi necessari sono da allora affidati a guardiani ambientali statali, non a cacciatori e cacciatrici privati. Lì non si tratta del piacere personale della caccia, di riserve o trofei, bensì di misure controllate a livello professionale, in cui la prevenzione viene prima dello sparo. Ginevra dimostra così che la regolazione degli animali non umani funziona anche del tutto senza la caccia per hobby.

Le religioni conoscono la condizione di creature affini

Anche le tradizioni religiose forniscono forti controargomentazioni contro la banalizzazione della sofferenza animale. Nel giainismo la non violenza verso tutti gli esseri viventi è centrale. Nell'induismo anche il rispetto per la vita gioca un ruolo importante, spesso legato alla pratica vegetariana e al concetto di Ahimsa. Anche nel cristianesimo esiste una lunga tradizione di misericordia verso il creato, anche se ciò non si esprime sempre nella forma di un divieto assoluto di uccidere.

In modo analogo anche altre religioni conoscono regole che rifiutano la sofferenza animale inutile o che permettono l'uccisione solo a condizioni ristrette. Il denominatore comune è chiaro: gli animali non sono oggetti qualsiasi, bensì creature affini a cui va tributato rispetto. La formulazione «nostri fratelli e sorelle» è quindi più spirituale che giuridica, ma eticamente molto forte.

Anche gli Esseni, un gruppo giudaico ascetico dell'antichità, vivevano molto probabilmente senza carne, secondo le testimonianze pervenute. Filone di Alessandria e Flavio Giuseppe descrissero gli Esseni nel I secolo come una comunità dallo stile di vita particolarmente puro e astinente. Poiché rifiutavano il culto cruento dei sacrifici animali nel Tempio di Gerusalemme, rinunciavano di conseguenza anche alla carne, come era invece consuetudine nel mondo antico del Mediterraneo. Autori successivi come Porfirio e Girolamo tramandarono ciò esplicitamente. In caso di violazioni delle regole, secondo Giuseppe, si rischiava l'esclusione dalla comunità, come era allora consueto in molte associazioni antiche. Molto più concreta e viva ancora oggi è la protezione degli animali dei Bishnoi in Rajasthan: la comunità, fondata circa 500 anni fa, in linea di principio non uccide alcun animale e perseguita attivamente i bracconieri. Nel 1998 attivisti Bishnoi per la protezione degli animali, dopo un inseguimento, fermarono un noto attore di Bollywood che aveva abbattuto delle antilopi protette. Il caso finì in tribunale.

Anche in molte tradizioni indigene nordamericane vale una netta linea di demarcazione: la caccia per necessità, legata al rito e al rispetto per l'animale, è cosa ben diversa dall'uccidere per puro piacere. Al capo Lakota Sitting Bull viene attribuita, in sostanza, la frase secondo cui loro uccidevano il bisonte per il cibo e il vestiario, mentre i giovani coloni bianchi sparavano per divertimento. Proprio questa differenza, necessità contro divertimento, resta ancora oggi il nucleo morale della critica alla caccia per hobby.

Anche l'attivismo si esprime in modo provocatorio

È interessante notare che persino le organizzazioni per i diritti degli animali, nell'ambito delle loro campagne, parlano di «omicidio» quando gli animali vengono uccisi. Il termine deriva in realtà dal codice penale e descrive un'uccisione in circostanze particolarmente riprovevoli, ad esempio per crudeltà, insidia o avidità. Nel diritto penale sul benessere animale non esiste una gradazione paragonabile, sebbene spesso si applicherebbero le medesime caratteristiche: se un animale viene ucciso per puro tornaconto, questo costituirebbe negli esseri umani un elemento dell'omicidio, mentre negli animali l'utilità economica viene invece talvolta persino discussa come giustificazione. La legge conosce qui unicamente il criterio del «motivo ragionevole». Il linguaggio delle organizzazioni per i diritti degli animali mira dunque meno a un'equiparazione sul piano penale, quanto piuttosto alla questione del perché le medesime caratteristiche di un'uccisione vengano valutate in modo così diverso negli esseri umani e negli animali.

Si può criticare questa scelta di parole senza negarle il suo nucleo politico. Essa rimanda al medesimo conflitto di fondo: se gli animali provano sentimenti, soffrono e instaurano relazioni sociali, perché dovrebbero allora essere trattati sul piano giuridico e morale come se fossero soltanto cose?

Un diritto in mutamento

La storia dimostra che il diritto viene continuamente rivisto. Un tempo era scontato che le donne fossero fortemente svantaggiate sul piano giuridico e sociale. Un tempo gli animali erano effettivamente considerati in molti luoghi come cose. Oggi entrambe le cose non sono più sostenibili, quantomeno non senza obiezioni.

È proprio per questo che la questione della caccia per hobby, del benessere animale e dell'etica animale è più di una semplice questione di gusti. Essa riguarda il rapporto tra potere e compassione, tra tradizione e progresso, tra prassi legale e responsabilità morale. Chi prende sul serio gli animali come esseri viventi farà fatica a continuare a trattarli come oggetti.

Tuttavia il progresso giuridico resta spesso privo di conseguenze per il singolo animale, finché nella prassi nulla cambia. Già Leonardo da Vinci sintetizzò questa contraddizione con la previsione che un giorno si sarebbe guardato all'uccisione degli animali con gli stessi occhi con cui si guarda all'omicidio di esseri umani. Solo perché sulla carta un capriolo non è più una cosa, ciò non significa affatto che l'animale stesso sia protetto.

La risposta onesta è dunque: la caccia per hobby non è giuridicamente omicidio, ma moralmente per molte persone è del tutto associata all'uccisione e alla violenza. Questa distinzione è importante e non deve essere annacquata: chi critica a ragione la caccia per hobby guadagna in credibilità se la critica resta giuridicamente ineccepibile. Esempi come Ginevra mostrano inoltre che un'alternativa alla caccia per hobby nel rapporto con gli animali non umani non è solo pensabile, ma già una pratica vissuta.

Gli animali non sono più cose, ma non ancora persone. E proprio perché il diritto cambia, il dibattito non è chiuso, ma aperto.

La vera disputa non riguarda solo la caccia per hobby, ma la questione se la capacità di soffrire debba avere conseguenze morali. Chi risponde a questa domanda con un sì difficilmente può sottrarsi alla constatazione: gli animali sono creature con cui condividiamo il mondo, non mezzi per un fine.

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