Il piacere di uccidere non è un comportamento normale
Il piacere di uccidere esseri viventi non è, dal punto di vista psicologico, un normale comportamento ricreativo.
Indipendentemente dal fatto che un'azione sia legalmente permessa, culturalmente tramandata o politicamente legittimata, l'uccisione per piacere contraddice i meccanismi di protezione emotiva fondamentali che sono efficaci nella maggior parte delle persone psicologicamente sane.
Psicologia definisce la normalità non attraverso maggioranze, rapporti di potere o situazioni legali, ma attraverso la capacità di empatia, le inibizioni verso la violenza e la capacità di percepire la sofferenza come moralmente rilevante.
Quando le persone vivono l'atto dell'uccidere come eccitante, appagante o emotivamente gratificante e per questo investono persino tempo e denaro, dal punto di vista psicologico si tratta di violenza basata sul piacere. In questo caso l'uccidere non è mezzo per raggiungere un fine, ma fine a se stesso. Il guadagno emotivo nasce nell'atto violento stesso, nel momento del controllo, dell'inseguimento, della paura della vittima e nell'istante finale della morte. Tali motivazioni sono chiaramente descritte nella psicologia della violenza e sono considerate altamente problematiche, indipendentemente da chi sia il bersaglio della violenza.
Perché il piacere dell'uccidere diventi possibile, devono essere disattivati processi empatici centrali. La percezione della paura, la compassione per la sofferenza e le inibizioni interiori verso la violenza irreversibile vengono attivamente soppresse o sono indebolite dall'abitudine e dalla ripetuta esposizione. Psicologicamente si parla qui di deficit empatico funzionale. Non si tratta necessariamente di totale insensibilità, ma di una disattivazione selettiva della compassione verso determinati esseri viventi che vengono definiti come meno degni o non meritevoli di protezione.
In questo contesto è rilevante anche il concetto di sadismo, non in senso sessualizzato, ma in senso psicologico generale. Il sadismo non sessuale descrive l'attivazione emotiva e la soddisfazione attraverso il potere su un essere sottomesso, in fuga o sofferente. Quando l'uccidere viene descritto come brivido, esperienza o momento appagante, gli aspetti sadistici non possono essere negati dal punto di vista specialistico. Si tratta della descrizione di schemi motivazionali studiati da decenni nella ricerca sulla personalità e sulla violenza.
Un meccanismo centrale è la deumanizzazione ideologica. Gli esseri viventi vengono suddivisi linguisticamente e concettualmente in categorie, ad esempio come dannosi, privi di valore, problematici o bisognosi di regolazione. Tali termini non sono descrizioni neutre, ma strumenti psicologici per la disattivazione morale. Attraverso questa categorizzazione la vittima viene esclusa dalla cerchia degli esseri moralmente rilevanti.La violenza non viene più percepita come violenza, ma come atto di ordine, dovere o persino come atto moralmente giusto.
Questa struttura di pensiero è storicamente ben documentata. La suddivisione degli esseri viventi in gruppi degni e indegni, l'attribuzione di dannosità come motivo di uccisione e la disinibizione morale attraverso la legittimazione statale o culturale sono elementi centrali delle ideologie violente autoritarie. Il confronto con esempi storici come il nazionalsocialismo non si riferisce a un'equiparazione delle azioni, ma alla struttura psicologica del pensiero. Svalutazione, categorizzazione ed esclusione morale seguono gli stessi schemi, indipendentemente da chi ne sia il bersaglio.
L'accettazione della violenza mortale contro esseri viventi definiti come inferiori va spesso di pari passo con una visione del mondo orientata all'autorità e al dominio. Ordine, controllo, gerarchia ed eliminazione vengono percepiti come legittimi o necessari. Dal punto di vista sociopsicologico questo orientamento è collegato a minore empatia, maggiore accettazione della violenza e forte svalutazione dei più deboli. Il fatto che tali atteggiamenti acquisiscano influenza politica o siano sanciti legalmente non dice nulla sulla loro sanità psichica, ma spiega soltanto la loro affermazione sociale.
Riassumendo si può affermare: il piacere nell'uccisione di esseri viventi è da classificare psicologicamente come violenza basata sul piacere. Presuppone riduzione dell'empatia, abbattimento delle inibizioni, componenti motivazionali sadistiche e deumanizzazione ideologica. Anche se tali pratiche sono socialmente tollerate o legalmente permesse, rimangono espressione di un motivo violento problematico.
La psicologia non serve a legittimare rapporti di potere, ma a classificare il comportamento. E da questa prospettiva l'uccidere per piacere si colloca sul Caccia per hobby non è un hobby innocuo, ma un chiaro indizio di una relazione disturbata con compassione, morale e violenza.
Maggiori informazioni nel dossier: Psicologia della caccia
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